
Nel buio, colto dalla paura, un bambino si rassicura canticchiando. Cammina, si ferma al ritmo della sua canzone. Sperduto, si mette al sicuro come può o si orienta alla meno peggio con la sua canzoncina. Essa è come l’abbozzo, nel caos, di un centro stabile e calmo, stabilizzante e calmante. Può accadere che il bambino si metta a saltare, mentre canta, che acceleri o rallenti la sua andatura; ma la canzone stessa è già un salto: salta dal caos a un principio d’ordine nel caos, e rischia di smembrarsi ad ogni istante. C’è sempre una sonorità nel filo d’Arianna. O il canto di Orfeo.
da “Sul ritornello” di Deleuze-Gauttari, Castelvecchi, 1997

Spinoza ci rivela una cosa molto semplice: la tristezza non rende mai intelligente. "Essere tristi" significa "essere fottuti". Per questo i potenti hanno bisogno della tristezza degli assoggettati. Cultura e intelligenza non hanno mai tratto giovamento dall'angoscia. Finché avrete affetti tristi, state subendo l'azione di corpi o anime che non convengono con voi. Mai la tristezza procurerà nozioni comuni: ossia l'idea di qualcosa che accomuna due corpi o due anime. Sono parole piene di saggezza, quelle di Spinoza. La morte è la cosa più immonda. Spinoza si oppone alla tradizione che identifica la filosofia con la meditazione sulla morte. La morte è sempre un pessimo incontro. La sua opinione al contrario è che la filosofia è meditazione sulla vita.
Gilles Deleuze da "Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza" ombre corte, 2007