
Racconto lungo o romanzo breve le 125 pagine di “Acqua Storta” scorrono veloci inserendosi a pieno titolo nel filone noir dell crudeltà pulp contemporanea. I tre giorni della passione finale di un amore omosessuale tra camorristi si dipanano sul fondale livido di una Napoli rievocata nei suoi topoi nobili e malfamati. Ma la vera protagonista della storia – sotterranea come la talpa spesso richiamata dall’autore – è l’acqua: nella scelta del soprannome del clan camorristico che dà il titolo al libro e negli inserti (dove si rivelano pienamente le ascendenze poetiche di Carrino) che scandiscono i capitoli della narrazione. E’ un’acqua sporca, un seguito di scogli abitati da zoccole – metaforiche e non -, una palude tossica, uno squarcio di mare che “non abita più qui” all’Ortese. La scrittura di Carrino aderisce profondamente al genere prescelto per secchezza, lessico, che mescola abilmente Dante e lingua napoletana, fulmineo accumulo anche sintattico di quadri carnali dove eros e thanatos, rivisitati alla Tarantino con colonna sonora neo-melodica, si intrecciano saldamente in una struttura da sceneggiatura filmica. Nell’insensato di sesso, violenza e droga, Giovanni, il protagonista – rampollo di un capoclan – scopre la realtà di una passione segreta e segregata che divampa riempiendolo d’amore, forse l’unico della sua vita, sino ad implodere. Ed è l‘amato Salvatore, il contabile della “famiglia”, ad essere l’anima semplice del romanzo, coinvolto in un vicolo cieco che neanche comprende. Sullo sfondo si allunga l’ombra del matriarcato mediterraneo: sarà Mariasole, la moglie del protagonista, la “laureata” commerciante, che pur amando Giovanni, a riaffermare – come spesso accade per le donne del Sud – la necessità del riallineamento, l’esigenza di un ordine e del rispetto delle regole, qualunque esse siano, fossero pure quelle paradossalmente illegali. L’indulgenza all’horror e al voyeurismo morboso segna forse un punto debole del testo, un cedimento a logiche di mercato e di genere, appunto, ma la capacità e il ritmo narrativo di Carrino ne fanno sin da questo esordio uno scrittore maturo e soprattutto un interprete attento del degrado umano e sociale cui assiste, dove anche i carnefici sono al fondo vittime.