E allora ero là
in uno splendore senza pari
nella mia nitidezza rifulgente di urbanità
ero di un verde singolare
nel trionfo della semplicità
i miei occhi si posarono su una macchia nera
che brillava noncurante.
Sentii il sollevarsi ed un’ondata
di energia che cancellò
il mio vano meditare
sul significato di essere libero

E, sapete, c’era una cosa proprio brutta in quel posto. Non c’era mica acqua da poter bere. Perfino l’acqua più comune, non si riusciva ad averne. Così, per tutto quel periodo, si beveva l’acqua della palude, che poi è lo stesso posto che usiamo come latrina. Ed è ancora la stessa acqua che usiamo per fare il bagno e per lavare gli indumenti. Ed è pure la stessa acqua che usiamo per cucinare. Cioè, nel caso che abbiamo qualcosa da cucinare come eba e zuppa. Ma, come sapete, non accade mica spesso che possiamo cucinare eba e zuppa. E comunque, perfino quando cuciniamo, quello che cuciniamo è un cucinare da soldato.Buttar dentro a un paiolo acqua, sale, pepe e un po’ di pesce, tutto insieme. Oppure, sempre gallette e gallette e tè dentro la gavetta,senza neanche un po’ di zucchero o d’ altro. Cristo Gesù, il figlio dell’uomo soffre proprio tanto.
da “Sozaboy” , Baldini Castoldi Dalai, 2005

In bronzo, una delle quattro teste di regina madre tuttora conservate, risalente al XVI secolo, tra i vertici dell'arte africana nel regno del Benin

da "Il suono e il muto", inedito
E così questo era il mercato, la meta ambita della giornata
il luogo giusto d’appuntamento,
Wani guardò attorno curioso, pure se tardi
tanto che alcuni già rinchiudevano la mercanzia
ancora si muoveva gente, la maggior parte cliente attenta
e non i soliti perdigiorno.
Molta sapienza e precauzione, pelli serpenti piume e iguane,
bambole tozze, punte di lancia, polveri strane, pietre segnate,
ferro smaltato, bronzo compatto, argilla cotta,
rametti secchi, radici torte,
si discuteva con tono serio, qualcuno ansioso, il rito adatto.
Fosse un affare di cuore o salute, una partenza, una lite
o un ritorno, c’era un rimedio, un legame adatto per
propiziare la vita e il mondo.
Molti di questi sono imbroglioni, vendono sogni
e chiacchiere vane lo avvertì Denji col tono scaltro
ma di sicuro c’è chi sa il gioco, ispirazione di un antenato
o ha imparato da spiriti e uccelli
la soluzione sul sentiero giusto.
Luce barbagli con scaglie di buio
si accapigliavano tacitamente,
occhimalocchi, in sottotracce di scontri eterni
per affossare vincendo l’altro
e qui vendevano gli ingredienti per i ju ju i gri gri i feticci,
indispensabili difese aduse a quell’ignota e invisibile rete
di odi e passioni sospese nell’aria dove ogni passo
incombe un disastro.
Wani osservava, occhi sgranati, galline vive di penne al vento
che lo fissavano a loro volta, astiose pronte per il coltello
brivido in gola, si rinfrancò toccando al collo la pietra nera,
i suoi antenati erano forti, magia di suoni, parole certe,
note vecchissime di flauto e corde,
le ripassò, una nenia lenta a dileguare il male latente.
Wolof suo padre e suo nonno e gli zii, soffio d’oceano
mischiato a roccia,
era il Sahel dei suoi proavi, i baobab fischiavano densi
l’ossa composte dei gewel griot[1]
che riposavano sepolti tra i rami, bastava un palpito
e un sussurro per richiamarli valenti al fianco.
Poco timore e poca baldanza, quieto ma diritto lungo la strada,
era la trama della fidanza, la vibrazione per ricomporre
gli affetti al mondo, oh cosa minima, una nota sola,
un guizzo d’arco con un affondo, una risata lieve di sabbia,
un fruscio pari foglia di mango, questo era in sorte
e l’avrebbe suonato tra sconosciuti riti e stregoni,
clienti vivi e spettri padroni.
Certo a vederle quelle persone era stupore
uguale a tutte il desiderio: poter variare
quale farfalla batte le ali o pesce in mare la rotta propria,
quante di vite dolci e dolori che trascorrevano tra quei colori
con gli odori di erbe e miscugli,
strani e intensi gli penetravano sino al cervello.
Le vostre alture, le vostre aride piane d’inondazione
le vostre montagne pietrose e rocciose
le vostre distese, praterie, pianori
i vostri arbusti, i vostri pini,le vostre mirabelle spinose
il vostro sole spossante, i vostri torrenti
sporadici e pieni, i vostri cereali
i vostri immortali strati di tesoro
e le luminose frontiere blu di cristallo
i vostri corvi, le vostre ingorde ricchezze che inghiottono
la vostra agonia e le vostre nazioni di grida di guerra.
Le vostre zebre al galoppo, le vostre belve
i vostri leoni ruggenti e i lupi affamati
il vostro bestiame, le vostre anime, le vostre pecore e le capre
i vostri pesci al nuoto e i coccodrilli addormentati
i vostri insetti ronzanti e le colombe al volo
le vostre belle fattezze soltanto anime dilaniate
dalle turbolenti vite errabonde
senza rifugi né caverne
tutti si adirano e attendono nel dolore
il colpo i grazia
per il quale le vostre vittime galantemente sacrificano
il loro sangue per illuminare le vostre bellezze
soltanto cieli nuvolosi
M. G’Gangula (Mitri)-Namibia