Reclamo la mia inappartenenza
il barbaro richiamo senza terra
l’accoglienza al vento che devasta
e libera presenza
l’occhio rivoltato al poi
il furore placato
il corpo abbandonato al suo destino.
Reclamo l’odio senza oggetto
l’amore che ne stilla senza colpa
il tormento che abita il silenzio.
Reclamo la parola
la sua notte.
La mia riconoscenza.
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Nel margine della guerra III
Ciò che è di là da venire
sta addensato e franto
in questo tempo senza tregua.
Trema la tua figura
al colmo della notte:
l’essere è altrove.
Qui è solo urlo, taglio.
Osserva il mondo dal margine
dai frammenti ombrosi della cornice
dall’estremità del dissenso:
vedrai ciò che il sole pieno ti nasconde
quando al centro la luce riverbera
e non rischiara.
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Trittico del sacrificio II
Potessi disseccare i miei pensieri
al fuoco d’una trasparenza
estirpare i veleni
e dar luce alle ossa
ma ho solo tagli sulla pelle
e non sono fiamme
né parole.
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Per abolire tutte le immagini
disponile in nitida forma.
Fanne una scala
montaci sopra
buttala.
Ora.
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Anima mundi
Pesci ciechi in un mare di luce, mossi da onde senza forma... Su un fondo assente anneghiamo, in un soffocamento senza fine, invocazione senza dio...
Ma (qui, adesso) possiamo danzare... essere la forza delle onde... E se le onde sono luce, è solo per la nostra caparbietà d’assoluto... per la volontà di danzare... di farci flutto in ogni mare...
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Eppure sto legato a questa vita.
Alla sua Meravigliosa vanità.
Alle sue faticose Verità.
In margine
(davanti alla Flagellazione
del Caravaggio)
Il corpo ripiegato, abbandonato alla piega, esposto alla morte, ma prima ancora all’infamia dell’assedio dell’altro. Corpo che in questa esposizione espone la sua bellezza. La bellezza di chi non ha nulla da perdere, perché ha già perduto tutto, ed è solo un corpo, un corpo senz’altro, nudo nella sua esposizione, nel gesto dell’esporsi, nell’aperto della passione, del patimento. Corpo che patisce l’altro, ne patisce il legame. In questa esposizione del finito alla sua finitezza riluce il divino dell’uomo.
I suoi occhi chiusi, il pensiero muto: non ha più nulla da dire, né da dare, è solo corpo, puro e semplice, impuro e molteplice corpo che resta, tutto intero, nel gesto del sottrarsi. E’ svanimento, quel corpo in torsione, in abbandono. Preso in un gesto innaturale, perché interamente consegnato al fuori.
Sono io, quel corpo esposto. (E nel riconoscermi, non c’è più io che possa dire: ‘sono io, quel corpo esposto’…).
da “Corpo esposto”, Massa, 2004
