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lunedì, 05 gennaio 2009

Da Corpo esposto - Marco Rovelli

flagellazione caravaggio

 

Reclamo la mia inappartenenza

il barbaro richiamo senza terra

l’accoglienza al vento che devasta

e libera presenza

l’occhio rivoltato al poi

il furore placato

il corpo abbandonato al suo destino.

Reclamo l’odio senza oggetto

l’amore che ne stilla senza colpa

il tormento che abita il silenzio.

Reclamo la parola

la sua notte.

La mia riconoscenza.

-----------------

Nel margine della guerra  III

 

Ciò che è di là da venire

sta addensato e franto

in questo tempo senza tregua.

Trema la tua figura

al colmo della notte:

l’essere è altrove.

Qui è solo urlo, taglio.

Osserva il mondo dal margine

dai frammenti ombrosi della cornice

dall’estremità del dissenso:

vedrai ciò che il sole pieno ti nasconde

quando al centro la luce riverbera

e non rischiara.

-------------------------- 

 

Trittico del sacrificio  II

 

Potessi disseccare i miei pensieri

al fuoco d’una trasparenza

estirpare i veleni

e dar luce alle ossa

ma ho solo tagli sulla pelle

e non sono fiamme

né parole.

 

------------------------

 

 

Per abolire tutte le immagini

disponile in nitida forma.

Fanne una scala

montaci sopra

buttala.

Ora.

---------------------------

 

 

 

Anima mundi

 

 

Pesci ciechi in un mare di luce, mossi da onde senza forma... Su un fondo assente anneghiamo, in un soffocamento senza fine, invocazione senza dio...

Ma (qui, adesso) possiamo danzare... essere la forza delle onde... E se le onde sono luce, è solo per la nostra caparbietà d’assoluto... per la volontà di danzare... di farci flutto in ogni mare...

------------------------- 

 

Eppure sto legato a questa vita.

Alla sua Meravigliosa vanità.

Alle sue faticose Verità.

 

 

In margine

(davanti alla Flagellazione

del Caravaggio)

 

 

 

 

Il corpo ripiegato, abbandonato alla piega, esposto alla morte, ma prima ancora all’infamia dell’assedio dell’altro. Corpo che in questa esposizione espone la sua bellezza. La bellezza di chi non ha nulla da perdere, perché ha già perduto tutto, ed è solo un corpo, un corpo senz’altro, nudo nella sua esposizione, nel gesto dell’esporsi, nell’aperto della passione, del patimento. Corpo che patisce l’altro, ne patisce il legame. In questa esposizione del finito alla sua finitezza riluce il divino dell’uomo.

I suoi occhi chiusi, il pensiero muto: non ha più nulla da dire, né da dare, è solo corpo, puro e semplice, impuro e molteplice corpo che resta, tutto intero, nel gesto del sottrarsi. E’ svanimento, quel corpo in torsione, in abbandono. Preso in un gesto innaturale, perché interamente consegnato al fuori.

Sono io, quel corpo esposto. (E nel riconoscermi, non c’è più io che possa dire: ‘sono io, quel corpo esposto’…).

 

da “Corpo esposto”, Massa, 2004


postato da: viomarelli alle ore 17:54 | link | commenti (13)
categorie: poesia, filosofia, marco rovelli

Commenti
#1   05 Gennaio 2009 - 18:30
 
Primo e sinora unico libro di poesia di Rovelli, “Corpo esposto” è un coeso, secco inno allo stoicismo. Le influenze formali di Eliot e Montale si mescolano a quelle di Wittgenstein nella ricerca di “luce” che illumini senza abbagliare. Il senso del tragico e dell’insensatezza trova echi nudi, scolpiti nel verso e nell’inanità delle parole ma nella folla di pur sorde divinità, induiste e non, che popola il libro risuona l’intuizione - amata - dell’advaita e, soprattutto del Logos, in un misticismo della ragione dove sotterranea resiste la Parola di Giovanni da Paro.
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#2   06 Gennaio 2009 - 09:04
 
Rilette volentieri.
A voi un saluto
nadia a.
utente anonimo

#3   08 Gennaio 2009 - 16:56
 
conservo gelosamente da alcuni anni copia di questo libro intenso, dolceviolento, frutto di una visione del mondo di assoluta alterità, senza alcun compromesso con l'estetica rassicurante del quotidiano minimalista. Un grande testo davvero e un'ottima scelta di Viola.

mirko s.
utente anonimo

#4   08 Gennaio 2009 - 18:37
 
No, concordo, proprio nessuna estetica del "minimalsimo", grazie del passaggio e un abbraccio, Viola
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#5   08 Gennaio 2009 - 18:59
 
neo-barocco nel senso migliore (quello di emmeleia, per intendesi).
eddifatti, il primo verso della prima poesia pare farsi "aforisma programmatico".
ci si muove al margine della parola, reclamata al buio, letta di taglio, alla luce di un pensiero che riverbera (ma non rischiara la notte) e non a caso poi ci si ritrova ad annegare l'esistenza "pesci ciechi in un mare di luce, mossi da onde senza forma".
così si giunge, in questo perc'orso esposto a mo' di corpo, in margine alla flagellazione. m'ha suscitato una certa inquietudine "l'infamia dell'assedio dell'altro", seppure appaia congruente al compiersi della fuga definitiva da questo mondo ostile (“che a tutti quanti paura fa”).
svanisce il corpo, svanisce l'io, svanisce addirittura il "corpo senz'altro che patisce l'altro", vieppiù svanisce nientedimeno che il pensiero (*pensiero muto*).
un bel loop, non c'è che dire, anche se penso che il pensiero non pensi assolutamente che tutto questo pensare possa pensare di prescindere da sé. ed ecco, allora, il gesto *innaturale*, completamente fuori di testa.
:)
mi piacque il rovellarsi di rovelli, sì sì, ci leggo pure un'ironia subliminale.


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#6   08 Gennaio 2009 - 19:50
 
e difatti il pensiero al suo meglio si dissolve, ma questa è un'altra storia..penso che dal barocco Rovelli mutui il senso del tragico, il peso del mondo ma che tenti di sorreggerlo ricorrendo alla linearità e alla pieneza del logos (e qui siamo fuori dal barocco) .
Quando scrive:
Per abolire tutte le immagini

disponile in nitida forma.

Fanne una scala

montaci sopra

buttala.

Ora.

siamo in piena parafrasi di Wittgenstein o se per questo di numerosi mistici..che nel fuoriuscire da sé trovavano e trovano una Ratio più ampia delle logiche aristoteliche, un abbraccio Betta, Viola
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#7   09 Gennaio 2009 - 00:39
 
E se le onde sono luce, è solo per la nostra caparbietà d’assoluto... per la volontà di danzare... di farci flutto in ogni mare...

E’ qui racchiuso lo spirito migliore del (neo)barocco, la consapevolezza che non esiste un centro se non il nostro, punto di un flutto che si prolunga all’infinito. Come dice Deleuze, ogni soggetto implica un’isola, e ad ogni punto di vista corrisponde un’isola. Non esiste perciò un mondo unico e universale ma un moltiplicarsi di isole bagnate dalle onde del caos. A cosa serve una scala se non per disfarsene?
Versi molto belli, grazie Viola.
Abele
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#8   09 Gennaio 2009 - 15:46
 
Grazie a te Abele, ma soprattutto a Rovelli che cortesemente ha consentito al post, un abbraccio, Viola
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#9   09 Gennaio 2009 - 17:39
 
Mi è piaciuto molto ascoltare le vostre voci che mi hanno raccontato qualcosa di queste mie parole, qualcosa che le formava ma anche qualcosa di nuovo. Del resto, come già si diceva Viola, la scrittura è questione di riconoscimento.
Grazie a tutti.
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#10   10 Gennaio 2009 - 09:49
 
E' l'eccedenza di senso il bello della parola, specie poetica e *comunicare* è scambio, sempre nuovo e nel tuo caso, *fecondo* , un abbraccio Marco, V.
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#11   10 Gennaio 2009 - 21:09
 
Il corpo ripiegato, abbandonato alla piega, esposto alla morte, ma prima ancora all’infamia dell’assedio dell’altro. Corpo che in questa esposizione espone la sua bellezza. La bellezza di chi non ha nulla da perdere, perché ha già perduto tutto, ed è solo un corpo, un corpo senz’altro, nudo nella sua esposizione, nel gesto dell’esporsi, nell’aperto della passione, del patimento.


Guardare il corpo e toccarlo, senza fraudolente inganno,senza ri-vestimenti,nemmeno quello di ideologie che lo inneggiano.Corpo e terrestrità:intera,nitidissima unitù. ferni
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#12   11 Gennaio 2009 - 16:42
 
"Guardare il corpo e toccarlo, senza fraudolente inganno", molto bella questa tua lettura Ferni, un abbraccio, Viola
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#13   12 Gennaio 2009 - 19:12
 
Notevoli e ricche, da leggere e rileggere per scovare in ogni istante qualcosa di nuovo. Molto belle.
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Commenti