Perché c’importa la poesia? Il modo in cui si configurano le risposte a quest’interrogativo dà la misura di assoluta non trivialità della domanda. Poiché l’ambito dei rispondenti si spartisce esattamente fra coloro che affermano l’importanza della poesia solo a patto di confonderla interamente con la vita, e coloro per i quali il suo importare è, invece, funzione esclusiva del suo isolamento da quella. Entrambi i campi smentiscono così il loro intento apparente: i primi, perché sacrificano la poesia alla vita in cui la risolvono; i secondi, perché sanciscono in ultima analisi la sua impotenza rispetto alla vita. Altrettanto vani del romanticismo e dell’estetismo, che le confondono in ogni punto, sono il classicismo olimpico e il laicismo, che, tenendole in ogni punto divise, votano l’umanità a tramandarsi un patrimonio sacrosanto, ma inutile proprio per l’istanza che in ogni ordine dovrebbe risultare decisiva.
Di contro a queste due posizioni, sta l’esperienza del poeta, che afferma che, se poesie e vita divergono infinitamente sul piano della biografia e della psicologia dell’individuo, esse tornano a confondersi senza residui nel punto della loro reciproca desoggettivazione. E – in questo punto – esse si uniscono non immediatamente, ma in un medio. Questo medio è la lingua. Poeta è colui che nella parola genera la vita. La vita, che il poeta genera nella parola, è sottratta tanto al vissuto dell’individuo psicosomatico che all’indicibilità biologica del genere..
Alle origini della poesia italiana, questa unità di vissuto e poetato, nel medio della lingua, in un punto singolare, ma senza soggetto, è stata enunciata come compito proprio del poeta nella terzina in cui Dante definisce lo Stilnovo:
Ed io a lui: “I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e q quel modo
ch’e’ ditta vo significando”.
Qui l’io del poeta è fin dall’inizio de soggettivato in un generico un ed è questo un (qualcosa di più – o di meno – dell’ “esemplare universale” di cui parla Contini) che, nel dettato d’amore, fa l’esperienza dell’indissolubile unità di vissuto e poetato. L’unità di poesia e vita non ha, q questo livello,carattere metaforico: al contrario, la poesia c’importa perché il singolo, che, nel medio della lingua, esperisce quest’unità, compie, nell’ambito della sua storia naturale, una mutazione antropologica a suo modo altrettanto decisiva di quanto fu, per il primate, la liberazione della mano nella stazione eretta o, per il rettile, la trasformazione degli arti che lo mutò in uccello.
Giorgio Agamben, da “Disappropriata maniera”, prefazione a Res amissa, Milano, 1991
