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Utente: viomarelli
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sabato, 03 gennaio 2009

Sulla poesia: Giorgio Agamben

agamben

Perché c’importa la poesia? Il modo in cui si configurano le risposte a quest’interrogativo dà la misura di assoluta non trivialità della domanda. Poiché l’ambito dei rispondenti si spartisce esattamente fra coloro che affermano l’importanza della poesia solo a patto di confonderla interamente con la vita, e coloro per i quali il suo importare è, invece, funzione esclusiva del suo isolamento da quella. Entrambi i campi smentiscono così il loro intento apparente: i primi, perché sacrificano la poesia alla vita in cui la risolvono; i secondi, perché sanciscono in ultima analisi la sua impotenza rispetto alla vita. Altrettanto vani del romanticismo e dell’estetismo, che le confondono in ogni punto, sono il classicismo olimpico e il laicismo, che, tenendole in ogni punto divise, votano l’umanità a tramandarsi un patrimonio sacrosanto, ma inutile proprio per l’istanza che in ogni ordine dovrebbe risultare decisiva.

Di contro a queste due posizioni, sta l’esperienza del poeta, che afferma che, se poesie e vita divergono infinitamente sul piano della biografia e della psicologia dell’individuo, esse tornano a confondersi senza residui nel punto della loro reciproca desoggettivazione.  E – in questo punto – esse si uniscono non immediatamente, ma in un medio. Questo medio è la lingua. Poeta è colui che nella parola genera la vita. La vita, che il poeta genera nella parola, è sottratta tanto al vissuto dell’individuo psicosomatico che all’indicibilità biologica del genere..

Alle origini della poesia italiana, questa unità di vissuto e poetato, nel medio della lingua, in un punto singolare, ma senza soggetto, è stata enunciata come compito proprio del poeta nella terzina in cui Dante definisce lo Stilnovo:

Ed io a lui: “I’ mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e q quel modo

ch’e’ ditta vo significando”.

 

Qui l’io del poeta è fin dall’inizio de soggettivato in un generico un ed è questo un (qualcosa di più – o di meno – dell’ “esemplare universale” di cui parla Contini) che, nel dettato d’amore, fa l’esperienza dell’indissolubile unità di vissuto e poetato. L’unità di poesia e vita non ha, q questo livello,carattere metaforico: al contrario, la poesia c’importa perché il singolo, che, nel medio della lingua, esperisce quest’unità, compie, nell’ambito della sua storia naturale, una mutazione antropologica a suo modo altrettanto decisiva di quanto fu, per il primate, la liberazione della mano nella stazione eretta o, per il rettile, la trasformazione degli arti che lo mutò in uccello.

 

 

 

Giorgio Agamben,  da “Disappropriata maniera”, prefazione a   Res  amissa, Milano, 1991

           


postato da: viomarelli alle ore 10:29 | link | commenti (5)
categorie: poetica, speculazioni, agamben

Commenti
#1   03 Gennaio 2009 - 15:47
 
matura dissertazione, questa, direi, che rinunciando già nella premessa agli estremismi d'assoluto (bianco/nero), trova l'esperienza poetica nella gaussiana delle in(de)finite sfumature di grigio.
però.
primo appunto: non m'accanirei su un *medio statistico*, almeno non in senso di "stat virtus", né in quello di dito solitario volto al cielo. difatti, vedo il medio come *mediatore* (ergo *strumento* di mediazione) non di un punto singolare (retaggio monoteista?), ma di qualunque punto della gaussiana su cui decida di accadere la parola oltresoggettivata (indipendentemente da moda, media, mediana e deviazioni standard).
secondo appunto: nello sviluppo finale del ragionamento di agamben (dal quale rifuggo agamben levate:)), *l'unità* parametafisica rientra dalla porta di servizio. devo inferire una nuova verità rivelata nell'assoluta coincidenza nel poeta (uno e bino) di poesia e vita? mmmm... non so, è che *unità* sub-limina un’unicità più che una somma, e tornando alle giuste premesse, non si voleva evitare la retorica di far coincidere interamente la poesia con la vita? dunque non era forse meglio dire *le unità*?
:)
in ogni caso, dovendo morire la guerra di piero, mi son trascritto in fronte "speriamo almeno di esperire *amare ridendo lacrime*".
:)
(magari, semplificando il tutto, il crucco leggerà *spariamo* invece di speriamo:))


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#2   03 Gennaio 2009 - 15:49
 
dimenticavo: con l'occasione un grosso grazie a viola per gli spunti di riflessione sempre stimolanti.
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#3   03 Gennaio 2009 - 16:04
 
Ah la concretezza delle donne..!! Penso che sia vero che una qualche visione para-metafisica, scacciata dall porta, rientri dalla finestra in questi appunti di Agamben e tuttavia - se leggo bene - il "medio" di Agamben è lo stesso "medium", lo stesso "intermediario, cui accenna Betta. Trovo comunque interessante la ripresa di formule se si vuole alchemiche: la desoggettivazione, la capacità di diventare paradigma con e nella "parola" dà pieno senso alla comunicazione nella sua dimensione "artistica". Almeno quando si è..Dante..!!
M'auguro non vi sia guerra, Betta, ma un andar via leggero, un lungo saluto dalla propia vita tra moltissimi secoli..!! Besos, V.
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#4   11 Gennaio 2009 - 10:48
 
Lascio un contributo esclusivo, la traduzione di Mr. Baghètta de

G. Agamben Préface à P. Cavalli, "Mes poèmes ne changeront pas le monde", Des femmes, Paris 2007, pp. 501, € 23.


Si può definire la lingua della poesia come un campo di forze percorso dalle due tensioni opposte dell’inno, il cui contenuto è la celebrazione, e dell’elegia, il cui contenuto è la lamentazione. Spinto al limite, il primo tensore frattura il linguaggio in grido di giubilo suscitato dalla presenza di Dio, il secondo lo destituisce e lo esaurisce in mormorio instancabile ai piedi dell’Assente. Ma, finché il ductus della scrittura sostiene il gesto della voce, la poesia risulta da una sapiente e sempre differente coniugazione delle due tensioni.
E’ stato detto che la poesia italiana del ventesimo secolo (e forse la diagnosi vale per tutta la poesia moderna) è, nella sua linea dominante, elegiaca. Ciò ha portato la critica a costituire il suo canone escludendo le componenti inniche (Campana, Rebora) e mettendo al centro l’ortodossia montaliana, costruita tutta sulla felicità negata e sulla privazione. In questo modo, acquartierata la fanteria dei minori, era facile relegare sui margini, in riconoscenza o alla retroguardia le grandi variazioni tattiche di Saba, di Ungaretti e di Sereni, afferenti tuttavia comunque al tonos dell’elegia. Come capita spesso, la messa in disparte della componente innica aveva però una conseguenza imprevista, che sconvolgeva la linearità del canone: la felicità di Penna, la voce tenue di Betocchi, ma pure l’interiezione di Caproni e il discorde ostinato di Amelia Rosselli erano con ogni evidenza irriducibili all’elegia.

Dove situare, in questa cartografia corsiva, la poesia di Patrizia Cavalli? Certamente fuori dell’ortodossia elegiaca, ma dove? Un indice immediato ci è fornito dalla lingua. L’inno, il cui paradigma è l’alleluja, inclina perciò alla paratassi e all’isolamento della parola (il caso-limite è il Coup de dés, con la sua disseminazione dei segni sul candore allibito della pagina). La parola, notava già Von Hellingrath nella sua lettura degli ultimi inni di Hölderlin, tende a staccarsi dal suo contesto sintattico e, fedele al suo paradigma interiettivo, cristallizza in monade discontinua e slegata, in nome. L’elegia, al contrario – simile in ciò al lunghissimo, ininterrotto “a-a-a-a-a-a…” che, voce al limite del vivente, Canetti udì proferire da un mucchio di stracci sulla piazza di Marrakesch – tende alla continuità dolorosa del lamento, al legame ipotattico delle forme e delle parole.
Una breve analisi della lingua di Patrizia Cavalli ne fa apparire il gesto antitetico: a una maestria incomparabile nell’orditura delle cesure e delle rime interne, che disfano talora il verso in due emistichi, lo fanno quasi inciampare, risponde un uso dell’enjambement violento quanto salvifico, che riprende il verso in extremis a partire dalla sua spaccatura per indefinitamente sbalzarlo nel verso seguente: a un sapere prosodico stupefacente, in cui la soluzione tra suono e senso che definisce la poesia è esagerata all’estremo, corrisponde un contro-movimento che ogni volta la emenda con una ripresa invisibile. Una prosodia incredibilmente ricca di cesure e di staccati, una strutturazione del discorso risolutamente ipotattica sortisce alla fine, non si sa come, alla lingua forse più fluida, più continua e più quotidiana della poesia italiana del ventesimo secolo.
Ciò significa che, nella lingua poetica di Patrizia Cavalli, inno e elegia si identificano e si confondono senza resti (o, forse, l’unico resto è l’io del poeta). La celebrazione si liquefa in lamentazione e la lamentazione diviene immediatamente innario. Vale a dire che il Dio di questo poeta è talmente ed esaustivamente presente, che non può essere che rimpianto: la laude, apertamente francescana, delle creature è percorsa in contro-fuga da un intimo, cupo borbottio: miserere et osanna.

A tale coniugazione poetologica inedita dei tensori inno-elegia corrisponde, sul piano ontologico, un’insolita economia del linguaggio e del suo soggetto. L’io che percorre le scene implacabili del suo “sempre aperto teatro” parla, a dispetto della sua consumata competenza psicologica, da un territorio ontologico ed etico affatto nuovo o immemorabile, dove la casa della vita, così fattualmente presente, si trasforma surrettiziamente in caverna platonica o in antro preistorico. Qui la lingua vede dove il poeta è cieco, parla dove lui tace. Questa lingua così perspicace, così ossessivamente e metricamente occupata a dire “io”, questo ego idiosincratico sino alla monomania, ripetuto e scandito sino alla nausea nel suo proprio labirinto domestico, questo “io singolare che è solo mio”, compie al contrario il supremo miracolo di inaugurare un campo trascendentale senza io né coscienza, dissigilla il “c’è” di un’ontologia brutale e allucinata, qualcosa come un paesaggio etico primordiale dove nessuna psicologia e nessuna soggettività potranno mai penetrare e dove, superstite alla sua estinzione, bruca distrattamente il gran rettile giurassico della poesia. Questo campo trascendentale, insillababile dall’io, non è altro, in effetti, che la lingua, una lingua che non è più né inno né elegia, né celebrazione né lamentazione, ma che, nella sua marcia sonnambolica, tocca e palpa i contorni esatti dell’essere.
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#5   11 Gennaio 2009 - 16:46
 
Molto, molto felice di questo prezioso contributo, che delinea altri versanti del discorso di Agamben rinviando oltretutto a una tra le autrici contemporanee più *salde* nel nostro campo poetico, grazie infinite di questo apporto..augurandomi di reincontrarci presto, Viola
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