![Chiara_Daino1[1]](http://files.splinder.com/56ae1ad483281b0502917b41124a550f.jpeg)
LETTERA A
A te, teso: appello.
È un’equivalenza errata: A = A? Confermare prima, confutare poi? Hanno perso la povera A! Dove? I dotti teorizzano, parlano parlano e parlano, non si pronunciano. Che fine ha fatto A? Tu lo sai? L’ hanno confusa con B, C, D e... Perfino con F, digamma labiovelare? Povera A: era la prima. A è ancora A? A è annullata? A scapito di? Dimmi: in quale rapporto la trovo? Identità: «ostenta o evita!». Non è più possibile Essere. E basta. Annaspiamo nell’algebra dell’autoclave autocertificata: global, no-global, new-global, new-age, vintage, unisex, bisex, metrosex, ubersex, trendsetter, … «Devi scegliere!»: è l’imperativo, categorico. E come? Come capire quale condizione sia la nostra? Confusi i ruoli, il donnesco überfrau mina le mansioni maschili. Ordigni vaganti lunghi chilometri di trattati e talk-show, summit e simposi: speriamo che sia femmina? Famoso? Che sia muy macho? Sia marchio? Sia meglio? Lui è la protesi di lei? Lei è l’appendice di lui? ...
L’unica certezza è che siamo corpi di coriandolo: pezzi dello stesso papiro? Estratti della stessa erba? Abbiamo smarrito la nostra identità! Dove? Abbiamo personalità
multiple e nessuna identità: figli che sono genitori, genitori in crisi. Banca del seme, uteri in affitto, tessere magnetiche, dati condensati. E la carta? In pensione! Con l’identità. Ritroviamola. Dove? Nella prima persona singolare. Eppure: è stata appurata la fine dell’Io. È tutto finito? È definitivo: l’Io è morto e mortificato. Perché dibattere? È sufficiente accettare la comunità composta di canali: I-Pod, You Tube…
E A? A è analista: deve mantenersi. Psicologi/psichiatri/psicosomatici allarmano: «riprendete la vostra identità religiosa/sociale/etnica, … !». L’abbiamo traslocata? Venduta? Cambiata! Almeno sette volte al mese. E io? Io censore? Io egoista egotista egocentrico? Io indiscusso, inconscio? Io nel mito: discendente di Inaco? Io: satellite? Sindrome dello yo-yo. Tira e molla. Tiriamo le fila. E i remi: in barca/banca/basta! Basta mischiarsi alla massa? A è: in analogia? Ammucchiata? Adunata? Ma il singolo? Si declina? Si adatta? A quale indenne identità? E quella segreta? Di super resta solo un campione di benzina? Vedi, Bambìn, non è questione da questionario: «sei più Fallo o più Falloppio?», «Sperma o Salpingi?», «Istinto o Ragione?», «Beatles o Rolling Stones?», «a Righe o a Quadretti?», «Transessuale o Trappista?», … Tutto è: fuori o dentro! Al di qua, al di là! Aut-Aut! Scelta obbligata. La possiamo vivisezionare all’infinito: ma la vita è scelta. Finita. Compiuta. Chi se ne frega della ragione? Chi frega chi? Di che ti fregi? [Suvvia...] O arrivi – sfregiato: e hai vissuto. O hai lasciato che ti vivessero: a sfregio. Io scrivo e frugo: rovino la vista, sfondo il metro! Ma: attenzione! Scrivere non è curativo, è alternativo: scrivo il non vivo. E chi contorna? Dipende...
O serve o è servito!
GERGO GAVROCHE
Vieni con me.
Con chi ti chiama per esteso. Vengo da te per distendere bene – per allargare: spalanca i sensi. E lasciati agire. Io sono la parola carnale, il corpo del testo, la fuori fuoco: la luce mossa per prillare – Gergo Gavroche [non vista, silvestre la rabbia: vettore di volpe].
Vieni per me sulla pelle che vesto con cura: ho un'anima di carta. E latina. Riesci a svolgermi? Vieni da me: perché? Che carapace canti? Hai nuovi petali per i miei passi? Di menda ti manti? Nuova nebbia dipani? In questa tenda sono passati [e molti] li vedi? Sono appesi alle persiane: la cornice non mi chiude. È la mia natura: non si possiede, si rispetta. O rovina.
Io voglio solo colorare. Hai pronomi pastello? Vivo da Vanessa Vulcano. Esplode l’effetto farfalla? Io chiamo un'altra lingua. E allora guardami: che specchio spoglio? Quale schianto rifletto? Ho rotto il margine: ti piace l’intarsio a chiave? La doppia mappa, a metà misura? Sensuale e congenita, cristallo che si caglia, una valigia di tango e seta. E lo so, lo so che non mi segui…
Sono labellum di siero, apifera dello Zingaro, un chicco crema la mia cuna. Sdrucciolo: snodo brina bollente. Mi spiego? Tu ti limiti a – dire: «sembra finto» [se vedi il vero], «sembra vero» [se fissi il finto]. Chi imita chi? Dimmi, Burattino, che fine ha fatto: la tua coppia di carbone? Mastro Ciliegia vanta: stivali di serpente. E truciola turchini…
Oggi mi è sorto un boccolo: acconcio i miei capelli in un esametro. Doppio e fuori misura: fiori di zucca e sfioro lo zaffo, incollo il bouquet per punto pigmeo. Una brocca bambina, capiente concavo. Duro, se vieni: offri da bere. E me lo godo: chiaro e pestato. Salsa che suggo, che strazio. Scendi in pasto: una sola beccata – e ti mangio. Sei ancora qui? Un altro tu – oppure l’esso di prima? Regina di crani cala un due [si picca e non si pecca]. Risparmia fiato, tempo, fatica: come puoi raschiare il mare? Una goccia a bottone? Hai nastro senza voce, sei solo rotto refe – non puoi: non scuoti i soli. Non la sonora spera – indori. Dei quattro sono la Carestia. È allarme. Una sirena, mi dici? Non pericoli, non ascolti. Si vive in maschera, ma si morde nudi. Li vedi i segni? Io li ho attraversati. Globuli e talami. E tu? Leva le fasce – non reclamare: è tutto tuo il piacere. E poi? Ti taglio la coda. Ti lascio la corda: ti gonfi, Gallus Sina, sine flexione. Banale bruco di fango e feci [non hai mai violato: la mia crisalide]. E ti alletta e ti allerta: ellera felice non è facile da fucinare.
Questo buio è misto: è dentro. Non tu o come te a spegnere il mio croco: sono tutta sezione sottile. Prisma polare. Il mio verbo copula, il tuo? Ogni tanto paupula…
Zigare di coniglio Amami Oshima, se si zinna è bàlia, se s'impenna: è impromptu. Colei che sia e tu non vuoi volerla [non sai sedurla]. Non sai entrambe, né le reazioni. La chimica gitana la insegna la rosa di Fatima.
Non si schiuma senza l'acqua, non si scova il cardine del cosmo, se coli bronzo: rivedi la piramide. O lasciami: nella ruga di un perché. La risposta è semplice: poni troppe domande. E la vita si afferma solo con la vita. E si prenota nel punto del come coito.
Io non rimando: io sento. È vero: è l’arco. E non sono l'ablatore [per la bocca che hai smesso di nettàre]: io sono l'esclusiva – e non recito composta [e ti ribalta e ti rivolta]. Le tue non gesta.
Vuoi vedermi venire? All’Asta? Galleria dell’orrido? Tu turpe, cava carnefice, togli gli aculei, i tuoi gammari gangheri – dalla mia gràmma grata: imprimi di bava la mia veste grafica! E non consumi, e non impari: la bellezza dell'atto puro. Quello che.
Tutto quello che.
diva delle nevi[1]
giardino di ghiaccio, alberi avorio esangue esplodere
casta in chiaro – la veste vergine, segue lumi di: stele
la ferma: raggia luce di luna [sbarre]
diamanti di giada cinta di cenere blu
artico arrivo – la dama adorna argentea lama
il tocco della sua bocca ruba il respiro [spinto
nella notte] orchestra ombre – da parte
a parte – le porte – passaggio di luce,
le pupille pallide: [prospettiva polare]
Dama delle Nevi, chiama me
al gelo la sua sagoma in attesa
lingua di pietra – mi provoca
serica dama bianca, diva delle nevi,
iride inverno, tramite tulle, mi fissa
mi culla la vista, la notte lei chiama
nella presa di passione, in corso
per piacere – lasciami – ti prego
la libertà: il Senso non si spegne
non posso più – oppormi oltre
Eco [la mia gola] ritratto del mito
come sempre, il mistero mi sazia
gli occhi – beata grazia e bellezza:
sento le mani che mi sostengono
ora – cedo: io è [essere in ombra]
