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Utente: viomarelli
Nome: viola amarelli
sono, semplicemente, sono ed è un incanto

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giovedì, 16 ottobre 2008

Chiara Daino - Testi

Chiara_Daino1[1]

                                                                                                             LETTERA A

A te, teso: appello.

È un’equivalenza errata: A = A? Confermare prima, confutare poi? Hanno perso la povera A! Dove? I dotti teorizzano, parlano parlano e parlano, non si pronunciano. Che fine ha fatto A? Tu lo sai? L’ hanno confusa con B, C, D e... Perfino con F, digamma labiovelare? Povera A: era la prima. A è ancora A? A è annullata? A scapito di? Dimmi: in quale rapporto la trovo? Identità: «ostenta o evita!». Non è più possibile Essere. E basta. Annaspiamo nell’algebra dell’autoclave autocertificata: global, no-global, new-global, new-age, vintage, unisex, bisex, metrosex, ubersex, trendsetter, … «Devi scegliere!»: è l’imperativo, categorico. E come? Come capire quale condizione sia la nostra? Confusi i ruoli, il donnesco überfrau mina le mansioni maschili. Ordigni vaganti lunghi chilometri di trattati e talk-show, summit e simposi: speriamo che sia femmina? Famoso? Che sia muy macho? Sia marchio? Sia meglio? Lui è la protesi di lei? Lei è l’appendice di lui? ...

L’unica certezza è che siamo corpi di coriandolo: pezzi dello stesso papiro? Estratti della stessa erba? Abbiamo smarrito la nostra identità! Dove? Abbiamo personalità

multiple e nessuna identità: figli che sono genitori, genitori in crisi. Banca del seme, uteri in affitto, tessere magnetiche, dati condensati. E la carta? In pensione! Con l’identità. Ritroviamola. Dove? Nella prima persona singolare. Eppure: è stata appurata la fine dell’Io. È tutto finito? È definitivo: l’Io è morto e mortificato. Perché dibattere? È sufficiente accettare la comunità composta di canali: I-Pod, You Tube…

E A? A è analista: deve mantenersi. Psicologi/psichiatri/psicosomatici allarmano: «riprendete la vostra identità religiosa/sociale/etnica, … !». L’abbiamo traslocata? Venduta? Cambiata! Almeno sette volte al mese. E io? Io censore? Io egoista egotista egocentrico? Io indiscusso, inconscio? Io nel mito: discendente di Inaco? Io: satellite? Sindrome dello yo-yo. Tira e molla. Tiriamo le fila. E i remi: in barca/banca/basta! Basta mischiarsi alla massa? A è: in analogia? Ammucchiata? Adunata? Ma il singolo? Si declina? Si adatta? A quale indenne identità? E quella segreta? Di super resta solo un campione di benzina? Vedi, Bambìn, non è questione da questionario: «sei più Fallo o più Falloppio?», «Sperma o Salpingi?», «Istinto o Ragione?», «Beatles o Rolling Stones?», «a Righe o a Quadretti?», «Transessuale o Trappista?», … Tutto è: fuori o dentro! Al di qua, al di là! Aut-Aut! Scelta obbligata. La possiamo vivisezionare all’infinito: ma la vita è scelta. Finita. Compiuta. Chi se ne frega della ragione? Chi frega chi? Di che ti fregi? [Suvvia...] O arrivi – sfregiato: e hai vissuto. O hai lasciato che ti vivessero: a sfregio. Io scrivo e frugo: rovino la vista, sfondo il metro! Ma: attenzione! Scrivere non è curativo, è alternativo: scrivo il non vivo. E chi contorna? Dipende...

O serve o è servito!

                                                                                        GERGO GAVROCHE

 

Vieni con me.

 

Con chi ti chiama per esteso. Vengo da te per distendere bene – per allargare: spalanca i sensi. E lasciati agire. Io sono la parola carnale, il corpo del testo, la fuori fuoco: la luce mossa per prillare – Gergo Gavroche [non vista, silvestre la rabbia: vettore di volpe].

Vieni per me sulla pelle che vesto con cura: ho un'anima di carta. E latina. Riesci a svolgermi? Vieni da me: perché? Che carapace canti? Hai nuovi petali per i miei passi? Di menda ti manti? Nuova nebbia dipani? In questa tenda sono passati [e molti] li vedi? Sono appesi alle persiane: la cornice non mi chiude. È la mia natura: non si possiede, si rispetta. O rovina.

Io voglio solo colorare. Hai pronomi pastello? Vivo da Vanessa Vulcano. Esplode l’effetto farfalla?  Io chiamo un'altra lingua. E allora guardami: che specchio spoglio? Quale schianto rifletto? Ho rotto il margine: ti piace l’intarsio a chiave? La doppia mappa, a metà misura? Sensuale e congenita, cristallo che si caglia, una valigia di tango e seta. E lo so, lo so che non mi segui…

Sono labellum di siero, apifera dello Zingaro, un chicco crema la mia cuna. Sdrucciolo: snodo brina bollente. Mi spiego? Tu ti limiti a – dire: «sembra finto» [se vedi il vero], «sembra vero» [se fissi il finto]. Chi imita chi? Dimmi, Burattino, che fine ha fatto: la tua coppia di carbone? Mastro Ciliegia vanta: stivali di serpente. E truciola turchini…  

Oggi mi è sorto un boccolo: acconcio i miei capelli in un esametro. Doppio e fuori misura: fiori di zucca e sfioro lo zaffo, incollo il bouquet per punto pigmeo. Una brocca bambina, capiente concavo. Duro, se vieni: offri da bere. E me lo godo: chiaro e pestato. Salsa che suggo, che strazio. Scendi in pasto: una sola beccata – e ti mangio. Sei ancora qui? Un altro tu – oppure l’esso di prima? Regina di crani cala un due [si picca e non si pecca]. Risparmia fiato, tempo, fatica: come puoi raschiare il mare? Una goccia a bottone? Hai nastro senza voce, sei solo rotto refe – non puoi: non scuoti i soli. Non la sonora spera – indori. Dei quattro sono la Carestia. È allarme. Una sirena, mi dici? Non pericoli, non ascolti. Si vive in maschera, ma si morde nudi. Li vedi i segni? Io li ho attraversati. Globuli e talami. E tu? Leva le fasce – non reclamare: è tutto tuo il piacere. E poi? Ti taglio la coda. Ti lascio la corda: ti gonfi, Gallus Sina, sine flexione. Banale bruco di fango e feci [non hai mai violato: la mia crisalide]. E ti alletta e ti allerta: ellera felice non è facile da fucinare. 

Questo buio è misto: è dentro. Non tu o come te  a spegnere il mio croco: sono tutta sezione sottile. Prisma polare. Il mio verbo copula, il tuo? Ogni tanto paupula…

Zigare di coniglio Amami Oshima, se si zinna è bàlia, se s'impenna: è impromptu. Colei che sia e tu non vuoi volerla [non sai sedurla]. Non sai entrambe, né le reazioni. La chimica gitana la insegna la rosa di Fatima.

Non si schiuma senza l'acqua, non si scova il cardine del cosmo, se coli bronzo: rivedi la piramide. O lasciami: nella ruga di un perché. La risposta è semplice: poni troppe domande. E la vita si afferma solo con la vita. E si prenota nel punto del come coito.

Io non rimando: io sento. È vero: è l’arco. E non sono l'ablatore [per la bocca che hai smesso di nettàre]: io sono l'esclusiva – e non recito composta [e ti ribalta e ti rivolta]. Le tue non gesta.

Vuoi vedermi venire? All’Asta? Galleria dell’orrido? Tu turpe, cava carnefice, togli gli aculei, i tuoi gammari gangheri – dalla mia gràmma grata: imprimi di bava la mia veste grafica! E non consumi, e non impari: la bellezza dell'atto puro. Quello che.

 

Tutto quello che.


diva delle nevi[1]

 

 

giardino di ghiaccio, alberi avorio esangue esplodere

casta in chiaro – la veste vergine, segue lumi di: stele

 

la ferma: raggia luce di luna [sbarre]

diamanti di giada cinta di cenere blu

 

artico arrivo – la dama adorna argentea lama

il tocco della sua bocca ruba il respiro [spinto

nella notte] orchestra ombre – da parte

a parte – le porte – passaggio di luce,

le pupille pallide: [prospettiva polare]

 

Dama delle Nevi, chiama me

al gelo la sua sagoma in attesa

lingua di pietra – mi provoca

serica dama bianca, diva delle nevi,

iride inverno, tramite tulle, mi fissa

mi culla la vista, la notte lei chiama

 

nella presa di passione, in corso

per piacere – lasciami – ti prego

la libertà: il Senso non si spegne

non posso più –  oppormi oltre

 

Eco [la mia gola] ritratto del mito

come sempre, il mistero mi sazia

gli occhi – beata grazia e bellezza:

sento le mani che mi sostengono

ora – cedo: io è [essere in ombra]


 

 

 

 

 





 

 

 

 

 

 

 



[1] Da Lupus Metallorum [Lady of the Snow, Symphony X]



Commenti
#1   16 Ottobre 2008 - 08:51
 
ringrazio Chiara per questi testi; la sua scrittura è sempre mozzafiato, e sotto l'aspetto ludico-espressionista brilla la lama di una ratio mai doma e di una vita che tende-arco - alla grazia. Semplicemente, è brava.., V:
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#2   16 Ottobre 2008 - 16:09
 
Come Carmelo, come Sade - "mi ostino a vivere - perché anche da morta - continui a essere: la causa di un DISORDINE qualsiasi".

Grazie Viola, per avere: accolto.
Per essere.


Chiara
utente anonimo

#3   16 Ottobre 2008 - 20:07
 
un disordine ... qualsiasi?

[..] Assolutamente da non perdere, segui il link qui [..]
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#4   17 Ottobre 2008 - 11:10
 
Chiara, metallica fibrilla in piena padronanza e autoprofezia dell'Universo altro... la scrittura che si autodetermina dall'immane-Immanente, cum dolentia e lucida psicogenia; il grazie a te, Viola; il grazie a te, Chiara, nel sangue di lacrima gentile, ferox e sofferta; l'incisione profonda col bisturi dei logòi a taglio di diamante...



...fra i roghi infiniti ora che
alte le stelle annusano
i calcinacci del pianeta sorvolato
alla velocità e alle ombre
del musivo fenachistiscopio; si vive
nella tramontana del mondo
che muore con indiscrezione e
con grande fracasso di bocche, ora,
che i movimenti sono del tutto reali
nei ricordi delle prossime lune
nonostante le correnti fuggano tranquille da queste dimenticanze
e i poli si allontanino e le mani
si contendano vita su vita...

mirko servetti
utente anonimo

#5   17 Ottobre 2008 - 13:05
 
@cervellatore:
Chapeau! (s)intesi/(s)toccata perfetta! degna immagine a commento/riassunto!

@Mirko:

Vettore di Volpe - che sai/che sei - incontro [Silvestre la Rabbia]
di vita in vita - ti tengo

E ancora: grazie Viola
utente anonimo

#6   17 Ottobre 2008 - 16:01
 
belli anche i commenti, Chiara..e casualmente tutti da lettori "liguri"...come se le tue parole avessero l'aguzie degli strapiombi di colline e la profondità di cale perse e ris/coperte della tua terra, besos, Viola
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#7   18 Ottobre 2008 - 08:55
 
Da testo nasce testo, naturalmente. Trovo comunque il modo con cui il testo viene qui preparato, condito, divorato, ricreato, opera di altissima 'macelleria' (come ricorda Sergio Fava nella presentazione de 'l mal de' fiori di C.B., 'mageiros' era il metricista greco). Un grazie all'autrice e a Viola, Abele
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#8   23 Ottobre 2008 - 01:07
 
e ancora: A Viola, custode dei corpi-crêuza [che si ritrovano e si ringraziano. Vicoli e globuli] -un abbraccio che sia. Che è.

e nella piena di parole [accolte] ringrazio Abele per aver dato: IL SENSO [a tutto il mio].

Cerco solo:
macellare bene!

nell'a presto
Chiara
utente anonimo

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