Batteva
(Omaggio a Dino Campana)
Batteva il nome (proprio
lo batteva, come
si batte una moneta) e il conio
(ma quello ostinatamente
batteva) il senso
(il valore) nel vento
(nel soffio di pandemonio
su Oregina) a strappare
si perdeva col mare
d’alluminio – col morto
fumo della ciminiera
della cisterna, nel lampo
fermo che fermo scuoteva
la lamiera – che ancòra,
quello, ostinatamente
batteva (e batteva) (come
si batte una medaglia) nel nome
vuoto che si perdeva
nel vento che, Quello, batteva.
Giorgio Caproni da “Il muro della terra”, 1975

César Vallejo
Massa
Finita la battaglia
e morto il combattente, a lui venne un uomo
e disse: “Non morire, ti amo tanto”.
Ahi, ma il cadavere seguitò a morire.
In due si avvicinarono e insistevano:
“Non lasciarci. Coraggio. Torna in vita”.
Ahi, ma il cadavere seguitò a morire.
La folla di parole:
ottantaquattromila i grovigli tra passioni
da cui, per cui, onde
i triliardi di risuoni, resse di annata
ormai soffi d’aria sporca, fuliggine
che si attacca nei cervelli. Autistico
rimbomba nel diniego il ragazzino strambo e nei capelli
ricci genetici risalgono i ricordi
apparteneva è d’un altro mondo,
sordo e muto. Siamo vivi.
Di essere ormai adulta l'ho capito
da come la notte vado al gabinetto.
Sicura di tornare al grande caldo, prima
era un'interruzione quasi a occhi chiusi,
veloce e trasognata. Ora è un viaggio lento
e freddo, staccato dal sonno, dove guardo
sapendo di guardare le stesse mattonelle
lo stesso muro screpolato, lo stesso secchio
lasciato in mezzo al corridoio,
e confusa nell'estatico disordine
riconosco il percorso in un codice
di piccoli sussulti finché mi riconsegno
a un tiepido torpore castigato.
da "Poesie", Einaudi, 1999
Sul corpo delle donne, e non
Ed ecco che il garbato vecchio medico di campagna consegna all’uomo e alla donna un centinaio di piccole fiale di una certa medicina antipianto molto rara e di difficile preparazione, scorta necessariamente ingente per via della scomodità e della lunghezza del viaggio dalla loro baita sperduta nei boschi sino al minuscolo ospedale sperduto nei boschi, e promette loro che finché ai due bambini verrà somministrata una fiala di medicinale ogniqualvolta siano o sembrino sul punto di piangere , così stroncando sul nascere il pianto e prevenendo le crisi epilettiche, la loro incolumità sarà garantita, e ovviamente i genitori sono sì ancora preoccupatissimi ma anche abbastanza sollevati nell’apprendere che quantomeno si tratti di una patologia curabile, e tuttavia la tensione del momento fa sempre più riaffiorare i loro vecchi problemi emotivi, sicché ecco che funestamente l’uomo ricomincia con furori irragionevoli, stavolta diretti contro l’universo da lui ritenuto colpevole i avergli dato due figli che hanno crisi epilettiche ogni volta che piangono, nonché responsabile dell’inevitabilmente esorbitante prezzo che gli tocca pagare per la rara e di difficile preparazione medicina antipianto, e che altrettanto funestamente la donna ricomincia con gli sbadigli poi pretende una sosta un una minuscola bottega sperduta nei boschi dove indugia a fare incetta di praticamente qualsiasi tipo di schifezza commestibile trovi esposta sugli scaffali, il che chiaramente fa incazzare come una bestia l’uomo anche perché la donna ha già messo su un bel pò di chili di troppo, pur rimanendo ancora molto graziosa, e la di lui incazzatura rende lei ancora più triste e assonnata e affamata, e così via in quello che vediamo avere tutto il potenziale per trasformarsi in un tragico circolo vizioso.
da "La scopa del sistema", Einaudi, 2008
"La scopa del sistema" fu il romanzo di esordio di Foster Wallace scritto a ventiquattro anni, nel 1987
l’alito, il soffio
tengono in piedi il mondo
che crea e dissipa
l’ogni cosa vento
……….
c’erano state oscurità, implosioni,
bagliori di sé a sé
ecco, il dolore,
noi corremmo altrove
………….
motiglio di pretese le mie e le altrui
e allora al folto dei noccioli
sandali in acqua, la polvere scomparsa
………….
il trionfo resta il papavero
incurante di ruggine
rigoglio
di tra le traversine abbandonate
………….
maraviglia di veglia violaciocca,
giallo cobalto, che nessuno tocca.
………….
buchi nell'acqua
i giorni, i corpi, gli incontri
liscia si espande inafferabile
la mente
………….
………….
………….
limpidamente ridono le ciglia,
le unghie, i petali,
la pelle
………….
fuori è dentro senza centro
………….
vuoto sé
fare l’amore con l’oceano e il vento
tutta la vita riempie d’esultanza
nulla di più magnifico e splendente
nulla pari nell’agio della danza
nulla più che l’attimo l’eterno
Ije sò na poetessa zappatore
a terra è mamma mije, i vierme frate
me piace arà cu penziere tembe toste
e rriesce meglje de quanne mange pane
pò scave surche pe l’acqua chiuvuane
e nneste re vvite cu suapore a lune
e nde rasaniedde vuozze de sete
u vvasenicóle unzeppe a bandiere
e re carciòffele ndo cuande a sere
re apre o viende cume scostumuate
mendre re cepodde cunduanne o chiuande
sope a re mmane ca prèghene u ciele
“Sono una poetessa zappatora | la terra è mia madre, i vermi fratelli | mi piace arare col pensiero zolle dure | e riesco meglio di quando mangio pane || poi scavo solchi per l’acqua piovana | innesto le viti col sapore di luna | e nei ravanelli bozzoli di seta | il basilico inzeppo a bandiera || e i carciofi nel canto della sera | li apro al vento come spudorati | mentre le cipolle condanno al pianto | sopra le mani che pregano il cielo”.

autore: Sergio Staino
Evidentemente non è riuscito a trovare nessun straccio di "velina" o "informativa" scandalistica sulle giornaliste e scrittrici cui va tutta e incondizionata solidarietà.