
l'aria ammorbata, i pozzi avvelenati, la polvere sterile e sterilizzata, i cerchi di sé a sé, il non essere all'altezza, il non sentirsi amati, le litanie di prozac in versiprosa: la tristezza come effetto del potere, ingoiata, respirata, introiettata, le ferite immaginarie. Lingua altra che inviluppa demoni d’altri dentro, sconnessure. Il silenzio che guarisce,de-canta, il sorriso, del ragazzetto, il suo almeno.
Non è giusto non è giusto non è giusto ripete la litania, la stessa dell’asilo, lavando le scarole nel lavello. Per la rabbia le ha strappate dall’orto, ora il terriccio s’annida tra le unghie, non è affatto giusto. Socchiude gli occhi, lo fa sempre quando pensa. Ora pensa, tagliando con il coltello le radici, a tutta la fatica fatta. Sprecata. Mesi di mail, telefonate, incontri e convegni col Famoso. Quello che apre tutte le porte. Risciacqua, i granelli neri si attaccano all’acciaio, e vai con l’acqua, il getto violento, a idrante. Da sbattere diritto in faccia al Famoso. E invece, come a scuola, come al lavoro, dove a essere licenziata per prima è stata lei con scuse assurde. Anche ora: il libro l’avrebbe fatto un altro. Un uomo, ovvio. O una ragazza, che la dà meglio a letto.La rabbia le prende la bocca dello stomaco. Nessun riguardo per chi lavora, pietra su pietra, granello su granello. Buoni solo a farsi i loro affari, usando a gratis la fatica sua.
Non è giusto, pensa la sorella entrando in cucina. Io a combattere con Giulio, i ragazzini e il negozio di ferramenta e questa che si piazza qui dalla mamma, comoda comoda a spassarsela. Se pensa di fottermi la casa, sbaglia. Non è lei la “bravona” di famiglia? E allora se lo cercasse un altro lavoro, magari da maestra, che non l’ha voluto fare quando poteva. O almeno, i turni in magazzino tra i fisher e i tagliaerba e le vernici. Mica giusto. L’intelligentona. E che palle. Quella che legge, scrive e gira il mondo e non s’è trovata manco un uomo.
Il posto giusto, esulta fuori la madre guardando le calle giovanissime, il calice di neve sul verde pallidissimo di stelo. Vicino l’orto, umido e luminoso, e via le erbacce. L’attenzione e la cura, dovunque, basta saperlo. A volte la vita è giusta, a volte, e si stupisce di stupirsi ancora, ora c’è da piantare altra scarola.
I libri non letti,
gli abiti gettati sui letti
come corpi solo di pelle,
la polvere sui cuscini,
la posa del caffè che
ti resta tra le dita della vita,
le cose che ho già detto,
e non si siedono più
come un respiro sulle ciocche
dei capelli che mi restano in mano.

Veggio il mondo fallir, veggiolo stolto,
e veggio la virtute in abandono,
e che le Muse a vil tenute sono,
tal che l’ingegno mio quasi è sepolto.
Veggio in odio ed invidia tutto involto
il pensier degli amici, e in falso tuono;
veggio tradito il malvagio dal buono,
e tutto a’ nostri danni il ciel rivolto.
Nessuno al ben comun tien fermo il segno,
anzi al suo proprio ognun discorre seco,
mentre ha di vari affetti il petto pregno.
Io veggio e nel veder tengo odio meco,
tal che vorrei vedermi per disdegno
o me senz’occhi o tutto ‘l mondo cieco.
Laura Terracina, (Napoli 1519) fu membro dell’Accademia degli Incogniti, autrice molto stimata dai contemporanei e i suoi libri di Rime ebbero numerose riedizioni come anche il suo Discorso sopra i primi canti dell’Orlando Furioso. Incerta la data della morte, attorno al 1577, da alcuni attribuita alla mano del marito.
Viaggio a Montevideo
Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d'oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D'ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola...
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
(lungario per madri badesse)
Scardina
serenamente
il re da un pezzo è nudo
e sotto scacco adesso il cappellaio matto.
Eccole a lame aperte
le lingue delle madri
acciai nella fatica,
quella di pane e acqua,
fatica schiena e braccia.
Scardina
la tristezza
catena per gli oppressi,
parla con pesci e uccelli
ama, teneramente
nella risata semplice
e non lasciare traccia.

“Bella , vero?” e sorride mentre la ragazzina molla la collana finto turchese e, aria indifferente, fila via. Chissà perché le ladruncole hanno sempre 15 o 40 anni ma ora col mal di testa che aumenta questo non è un problema. Ben è via, a riparare l’auto, la loro casa. La terza volta in un mese, ma finché tiene. Lei, Kri, continua a sorridere anche se non ne ha voglia. I senegalesi vicini le hanno offerto un the verde e sul lungomare c’è aria di sale. Quella che mancava a sua madre a Lione. L’unica lamentela. Il mare. Ben è un bravo ragazzo, affettuoso ma. Ma appunto.
http://www.donnemondo.it/donneearte/donneeartenellastoria/TarsiliaDoamaral.htm
"Solo l'Antropofagia ci unisce"
(dal Manifesto Antropofago di Oswald de Andrade,1928)
ANCORA SULLA POSSIBILITA’ PER VIVERE
Così non essere legati ad un contesto – contestare
così non aspettare revisione – restare condannati
così fuori tribù, fuori scheda o catalogo – essere salvati
come se dio nascesse preghiera per preghiera
come se ogni ostaggio impugnasse la storia
come se ogni sillaba contestasse il poema
(da Pseudobaudelaire)
CONVERSAZIONE DA SOLO
ci sono delle cose che sono
di fronte a questa pagina aperta
collegate ad altre che sono dietro le spalle
ci sono delle cose di fronte a questa pagina aperta
che sono collegate
alle cose che mancano
le cose come le cose
al centro c’è il tuo posto
al tuo posto non c’è nessuno
(da Le nostre posizioni
3. risposta: una bicicletta ferma)