
A nove anni, lavora pulendo case a Saint Louis, sulle rive del Mississippi.
A dieci, inizia a ballare per strada, per qualche moneta.
A tredici anni, si sposa.
A quindici, pure. Del primo marito non le rimane neppure un cattivo ricordo. Del secondo conserva il cognome, perché le piace come suona.
Pura follia, il molo ch’era inverno, i pescherecci fermi per le onde, Yossouf che fingeva di abbracciarmi ma come attrice ero più brava io, così quando sentii sotto il giaccone il caldo che saliva, basso in alto, riuscii a buttargli lo zaino nella risacca, schiuma ruggente su inneschi e candelotti. Non l’ho più visto ma m’hanno detto, almeno so, Allah Akbar, che è vivo.
Mi mancano le arance dell’Atlante, l’odore della neve, gli intagli delle travi su in montagna, l’acqua alle gole e nei canali. Cucino ceci, strofino una teiera, cose da poco, scivola il tempo, manciata sul granito. Mi manca mio nipote, la sua risata: l’ultima volta aveva rughe in fronte e la disperazione desolata.
Poiché non si dà pace nel cerchio dei nemici, tra la miseria nera e i corpo dei fratelli dilaniati. Vorrebbero comprarci, la fede con l’onore, quello che conta sempre, più della stessa vita. Per quanto fiato abbia combatterò, spada contro spada, come i padri dei padri dei miei padri, restassi solo. Anche qui ora, server contro computer, terra straniera. Le donne non capiscono, molli di cuore.
Nata da una lunga esperienza di volontariato, la mostra fotografica “Lettere da San Rafael” di Orfeo Soldati, fotografo e chirurgo napoletano del “Pellegrini”, si inaugura il 27 gennaio c.a. alle ore 19,30 al Penguin Café di via Santa Lucia n. 88, Napoli. Il reportage narra il prisma della vita in un paesino nicaraguense (San Rafael del Norte), con uno sguardo dal forte impatto emotivo che coniuga, in una sintesi di

E vedo l’uomo con tre occhi
Perché è cieco
E il bastone bianco gli è vista
Come sono i piedi che poggiano al suolo
Osservo l’Ephemeroptera lucivaga, singulto d’esistenza, questa Ephemeroptera unica-vita univoca, mosca di maggio fuori stagione, e penso che domani sarà probabilmente morta mentre mi aggirerò per la strada composita-luce, eppure è pura vita, ogni battito delle sue ali sono migliaia di battiti del mio cuore ondivago, essa trascorre in poche ore i miei molti anni, senza bisogno dei momenti d’assenza, del dormire, del perdersi nel nulla, e nel mio sogno ad occhi aperti vedo come sarebbe la mia esistenza se anche io fossi pura vita, e il fuoco di una piccola fiamma si riduce ad un puntino ma d’immenso fragore: pochi istanti di creazione deflagrante.

Photo credit: Orfeo Soldati
Offrire tutto a tutti
un bell’inchino
la grazia di inchinarsi, perla e ambra, ringraziando
la ghiaia che scricchiola, vuota eco di forma
la terra e l’acqua che s’aprono all’incontro,
la gioia che trascorre sciocco fermarla
lei viene e va e quindi poi ritorna.
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La madreperla turchese iridescenza spacca i vetri e i brillanti a cieli d’alba o variegando a un acquazzone estivo, pura armonia. qualcosa c’è di qua di là negli occhi, illuminata. come l’istante di lucciola vagante, effondere. guarire.
Io vado con il blues delle filacce
che il macellaio toglie dalla carne
sono i miei talismani nella tasca
portafortuna stopposi di bianco
l'anima mia va giù come un cavallo
quando si azzoppa i garretti su un fiume
sia la pietraia del torrente Torre
sia l'alzaia e la ripa del Naviglio

(Joe McFadden)

Dopo H.C.Bresson vorrei attirare la vostra attenzione su un altro grande, anche se molto meno conosciuto, fotografo: Mario Giacomelli.
Mario Giacomelli rappresenta l’antitesi della fotografia alla Cartier Bresson. Tutto l’opposto, ma con che risultato !
Cartier Bresson nasce ricco; Giacomelli nasce povero, comincia a lavorare prestissimo come garzone in una tipografia che diventerà sua molti anni dopo e che gli darà da vivere per tutta la vita.
Cartier Bresson fotografa in una condizione di annullamento personale, di spersonalizzazione: la fotografia ( come lo scoccare della freccia di un arciere Zen ) avviene senza un atto consapevole da parte del fotografo. Mario Giacomelli è un concettuale; sul suo tavolo da lavoro ha inciso con un temperino: “ Io fotografo quello che penso."
Reclamo la mia inappartenenza
il barbaro richiamo senza terra
l’accoglienza al vento che devasta
e libera presenza
l’occhio rivoltato al poi
il furore placato
il corpo abbandonato al suo destino.
Reclamo l’odio senza oggetto
l’amore che ne stilla senza colpa
il tormento che abita il silenzio.
Reclamo la parola
la sua notte.
La mia riconoscenza.
Perché c’importa la poesia? Il modo in cui si configurano le risposte a quest’interrogativo dà la misura di assoluta non trivialità della domanda. Poiché l’ambito dei rispondenti si spartisce esattamente fra coloro che affermano l’importanza della poesia solo a patto di confonderla interamente con la vita, e coloro per i quali il suo importare è, invece, funzione esclusiva del suo isolamento da quella. Entrambi i campi smentiscono così il loro intento apparente: i primi, perché sacrificano la poesia alla vita in cui la risolvono; i secondi, perché sanciscono in ultima analisi la sua impotenza rispetto alla vita. Altrettanto vani del romanticismo e dell’estetismo, che le confondono in ogni punto, sono il classicismo olimpico e il laicismo, che, tenendole in ogni punto divise, votano l’umanità a tramandarsi un patrimonio sacrosanto, ma inutile proprio per l’istanza che in ogni ordine dovrebbe risultare decisiva.