Sole di un mattino di novembre sulla schiena,
questa domenica tersa come un cristallo, i gomiti
saldamente appoggiati sulla sbarra superiore,
tiepida fuori stagione,
di una cancellata,osservando il bestiame,
cogliendo barbagli del lontano vik Vichingo
della Baia di Wicklow; pensando scriptorium,
razzie scandinave, notti di paura e quella poesia
di “guerrieri feroci”
su una tempesta nel Mar d’ Irlanda – così nessun attacco
nelle ore piccole o all’alba; pensando
deflagrazione del blu o oscuramento, il passo barcollante
di un asino al tg di ieri notte-
sciolto da un carro che aveva sciolto cinque granate
nel quartiere del bazar, vagando fuori campo
perso al suo padrone, perso alle colline al sole.
da "Fuori campo", Iinterlinea, 2005, a cura di Massimo Bacigalupo

Photo credit: Orfeo Soldati
Il complesso delle basiliche paleocristiane di Cimitile, comune vicino Nola, comprende le rovine di vari edifici di culto risalenti al III-V secolo d.C. ed è una delle massime espressioni del periodo presenti nel Mezzogiorno d'Italia.
Dio non si afferra
Dio è un puro nulla, il qui e l'ora non lo toccano:
Quanto più vuoi afferrarlo, tanto più ti sfugge. (I, 25)
Da te viene l'inquietudine
Nulla è ciò che ti muove: sei proprio tu la ruota
Che da se stessa gira e non ha pace. (I, 37)
Dio è ciò che vuole
Dio è cosa mirabile: è ciò che vuole,
Vuole ciò che è, senza misura e senza perché. (I, 40)
Il qualcosa si deve abbandonare
Finché ami qualcosa, uomo, non ami nulla:
Dio non è questo e quello, perciò lascia il qualcosa. (I, 44)
L'esser vuoto veramente
L'esser davvero vuoto è come un nobile vaso
Che dentro ha nettare: ha e non sa che cosa. (II, 209)
La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce;
non pensa a sé, non si chiede se la si veda oppure no.
da "Il Pellegrino Cherubico"

15 ottobre
Sono in contatto con me stessa in una libertà che coincide
con me.
Silenzio, e poi
Non ho mai avuto un modello.
Disobbedivo ubbidendo.
Quando scrivo ho la stessa follia che nella vita.
Raggiungo le masse di pietra quando scrivo. Le pietre della
Diga.

opera di Maria Graza Renier
Polifonia del mondo
code sciabordano agli scogli
pesci s’inarcano sulle frequenze
inaudibili dei sonar,
pronti sismografi scoppiano i vulcani
di fuochi e zuccheri filati.
Era d’estate quando morì suo padre,
afa con mirto, l’armonica da bocca
in sottofondo
di nuovo frantuma la sua infanzia,
nessuno più l’ha mai amata tanto
come lei ora ama, ama, il grande dono
coro di grilli intorno le cicale.

Straniero in una città lontana
Quando ero giovane e bello
la rosa era la mia dimora
e il mio mare erano le sorgenti.
Ma la rosa è diventata una ferita
e le sorgenti un’arsura.
Forse sei cambiato molto ?
No, non sono cambiato molto
Quando torneremo come il vento
verso la nostra terra
guarda bene la mia fronte
vedrai le rose diventare palme
e le sorgenti diventare sudore.
Mi troverai come ero prima
giovane e bello.
da "Muoiono gli uccelli in Galilea", 1970

Nel buio, colto dalla paura, un bambino si rassicura canticchiando. Cammina, si ferma al ritmo della sua canzone. Sperduto, si mette al sicuro come può o si orienta alla meno peggio con la sua canzoncina. Essa è come l’abbozzo, nel caos, di un centro stabile e calmo, stabilizzante e calmante. Può accadere che il bambino si metta a saltare, mentre canta, che acceleri o rallenti la sua andatura; ma la canzone stessa è già un salto: salta dal caos a un principio d’ordine nel caos, e rischia di smembrarsi ad ogni istante. C’è sempre una sonorità nel filo d’Arianna. O il canto di Orfeo.
da “Sul ritornello” di Deleuze-Gauttari, Castelvecchi, 1997

Mi sdraiai per dormire e per sognare mia madre: sapevo che l’avrei sognata, sapevo che avrei costretto me stessa a sognarla, avevo bisogno di sognarla. Venne giù per la scala a pioli e continuò a scendere ancora e poi ancor da quella scala, giù, giù, e si vedevano soltanto i calcagni e l’orlo del vestito bianco, ancora e poi ancora. La guardai, nel mio sogno, tutta la notte. Sarebbe stato bello vederla in viso, ma non lo desideravo più con l’ansia di un tempo. Stava cantando una canzone, ma era senza parole; non era una ninna nanna; non era sentimentale, non aveva lo aveva lo scopo di calmarmi quando il mio spirito era agitato per l’inclemenza della vita.
Dormii tutta la notte, e nel sonno vedevo quei piedi che venivano giù per la scala, un piolo dopo l’altro, senza mai vederle il viso, sentendo la sua voce che cantava quella canzone, a momenti canticchiando a bocca chiusa, a momenti cantando a gola spiegata. Fino a oggi ha continuato ad apparirmi di tanto in tanto in sogno, però senza mai più cantare né emettere un suono qualunque: solo come la prima volta scende da una scala a pioli, coi calcagni visibili e sopra di essi l’orlo bianco del vestito.
da “Autobiografia di mia madre” Adelphi, 1997

Ringrazio Francesco per l'ospitalità
http://rebstein.wordpress.com/2008/08/01/la-terra-dellosso-di-viola-amarelli/