
Un trabocco toccoso spalma il mondo
al bel nulla, oh, la gioia, shh, non ridirlo
eppure dirlo dirlo
e bene dirlo,
miracoloso il merlo al becco giallo
nell’erba che saltella.

Che si spezzi il cuore
affidato ad un corpo
che vuole e non vuole morire;
anzi disvuole volendo la morte
tacita e notturna, in una stanza
nottivaga, libera da storie
magica stanza inquieta nella mano
palpitante e sincera la mano
che calza la mattina, la copre
le coperte sventagliate al sole
che sta lì dinanzi al vento
di albe e mattine.
da “Serpenta” (1987)

Par la fenetre - 2004 - 110 X 83 - Pittura e collage su quotidiani su lamiera.
La Comunità Assoluta (Lampi di stampa, 2008, nella collana Festival curata da Valentino Ronchi) è la prima prova in assolo di Lorenzo Carlucci ed è un assolo che colpisce per coerenza e maturità.
I testi della raccolta (in gran parte risalente al 2003, quando l’autore allora ventisettenne era dottorando negli USA) si inseriscono infatti consapevolmente nell’orizzonte di una poetica filosofica o, forse meglio, di una tensione etica che diventa visione ontologica. Emblematica di una tale lettura è la sezione centrale del libro, non a caso intitolata “metodi”, dove esplicitamente l’autore dà conto di come dietro il discorso poetico vi è sempre e soltanto il problema del concetto del mondo.

“E nondimeno, dice l’Anima che scrisse questo libro, ero così sciocca al tempo in cui lo feci, anzi in cui Amore lo fece per me e su mia richiesta, da dar valore a qualcosa che non si poteva né fare né dire né pensare, come farebbe colui che volesse rinchiudere il mare nel proprio occhio o portare il mondo sulla punta di un giunco o illuminare il sole con un falò o con una torcia. Ero più sciocca di quanto non sia uno che voglia fare questo,
quando diedi valore a qualcosa che non si poteva dire
e mi ingombrai di scrivere queste parole.
Allora presi il mio corso,
per venire in mio soccorso,
alla mia ultima corona,
quella dell’essere di cui parliamo
che è in perfezione,
quando l’Anima dimora nel puro niente senza pensiero e non prima”
“Sul filo di una tradizione molto diffusa nel periodo medievale il Mirouer des simples ames vuole essere fin dal titolo “specchio” – nel senso di “ritratto”, dal latino speculum – di una certa realtà che viene presentata d ascoltatori e lettori sotto forma di dialogo fra una serie di personaggi, su cui predominano Anima (che raffigura l’autrice), Amore (che è Dio) e Ragione (che scivola spesso a significare la Chiesa gerarchica). In tal modo attraverso questo susseguirsi di voci, Margherita Poret espone nella sua opera la pratica di vita delle “anime annientate” nell’amore.”
da “Lo specchio delle anime semplici” di Margherita Porete, nota di Angelo Morino, 1995
L’unica data storicamente accertata su Margherita Porete è quella del 1° giugno 1310, quando a Parigi, in Place de Grève venne pubblicamente arsa insieme alle copie del suo libro.
La forma delle dita, dei tuoi piedi
si accartoccia e che verrà dopo
è un bel imbroglio o, più esatto, il garbuglio
lo stesso per cui ridiamo insieme ora
bevendo l’aria, attenti alla suonata venisse
alcuno – non viene mai nessuno
per fortuna,
la forma temporanea che è il mondo
questo qui ora, lacrime e sangue
non tante storie, asciuga entrambi
con la sabbia e poi versaci l’acqua
dissalando il tuono delle
armi, fragore ogni secondo
in fuga ora tu baci
un bacio senza forma, s’è rotto il filo
inutile Arianna.
1
Viene ancora la voce della conchiglia
rosa attesa nel nulla in quel riemergerne
di greto dove per anni contati come semi
era stata quasi sagrato del mare e
2
in esatta sequenza il coro delle vergini
a giocare tra risate
e ceste di mare e fortuna in forma
di segreto giardino se spunti come una chiocciola e
3
dal letto duale dove avviene il figlio e
il viaggio tra di platino
rondini assenti ha nutrito il tempo
nell’aprirsi dell’aria le porte e
4
a ovest della strenna che mi porgi
il lato della camera dà luci iridate
la conchiglia rosa appare pari ad epifania
lungo i viali dell’albereto delle pesche e delle arance
5
verrà la vita in chiave di stella e il cancello
sarà aperto tra immisurabili prati
e dietro le malinconie
verrà fuori una gioia del 1984 e
6
l’avevi pagata poco quel dono di luce
quel fresco quegli scogli la conchiglia
fossile che durava da mesi sulla tavola
avvolta dal manto della ragazza etrusca e
7
poi sono in teorie s’incamminano
quelle che danzeranno e ti darà l’anello,
Mirta, il dono delle nuvole di lui
in divisa di cavaliere scenderà e
8
tra i muri calcinati di una stanza
giacerai giovane Penelope ad Itaca
che è città postmoderna: il bar sarà
quello degli angeli e
9
ripeterete in coro la ballata dell’Olandese volante
e tu sarai la nave e lui il comandante sul ponte
del controllo.

1945 festa al castello
C’eravamo cascati dentro, c’eravamo cascati tutti,
come se fino allora non fosse esistita la notte.
c’eravamo dentro fino al collo. e ballavamo
come in mezzo ad un banco di nebbia,
senza musica, ad occhi chiusi sospesi quasi.
difesi dalla nebbia, lontano dagli spari,
dalla guerra, dalla fame dei protocolli.
**
Entrare e uscire dalle stanze
come figure invisibili
che fabbricano ore e le spalmano
come un gelato triste sulla pancia…
il rumore di fondo della stanza
è un velo bianco. sulle cose
un gancio, una lettera
dell’alfabeto
a scandire
una risata,
un dissesto mai reso.
**
Si spostano come mandrie
(uomini-macchine-animali)
da un luogo all’altro ,
torcendosi su stessi
come grandi serpenti.
seminano, contaminano
coi loro cocci urbani.
navigano senza bussola,
nel mare di sottopassi,
congiunti, gli uni agli altri,
come grassa
umana amalgama.
(mi chiedevi se vanno
e dove vanno.
se i luoghi loro hanno nomi
e pretesti, per essere esplorati.
se le loro cose, sono cose
che fanno cose, o cose su cose,
in panorami loro, incontrovertibili).
da "GIORNI MANOMESSI",L'arcolaio, 2008