
Michelangelo Pistoletto (1967)
su scale di marmo esile, quasi
chiaro, livido di passi d’acqua
e polvere, torneremo a chiederci
dove, in quale tana di serpe, quale
stupore di occhi incrociati
per sbaglio è celato l’enigma
della luce, trama d’acciaio e refe
calata su ossa rose da lente ferite.
Ricevo, accolgo, sottoscrivo, sostengo, rilancio:
Caro Veltroni, caro Bertinotti, cari dirigenti del centro-sinistra tutti,
ora basta!
L’offensiva clericale contro le donne - spesso vera e propria crociata bigotta - ha raggiunto livelli intollerabili. Ma egualmente intollerabile appare la mancanza di reazione dello schieramento politico di centro-sinistra, che troppo spesso è addirittura condiscendenza.
Con l’oscena proposta di moratoria dell’aborto, che tratta le donne da assassine e boia, e la recente ingiunzione a rianimare i feti ultraprematuri anche contro la volontà della madre (malgrado la quasi certezza di menomazioni gravissime), i corpi delle donne sono tornati ad essere “cose”, terreno di scontro per il fanatismo religioso, oggetti sui quali esercitare potere.
Lo scorso 24 novembre centomila donne - completamente autorganizzate - hanno riempito le strade di Roma per denunciare la violenza sulle donne di una cultura patriarcale dura a morire. Queste aggressioni clericali e bigotte sono le ultime e più subdole forme della stessa violenza, mascherate dietro l’arroganza ipocrita di “difendere la vita”. Perciò non basta più, cari dirigenti del centro-sinistra, limitarsi a dire che la legge 194 non si tocca: essa è già nei fatti messa in discussione. Pretendiamo da voi una presa di posizione chiara e inequivocabile, che condanni senza mezzi termini tutti i tentativi - da qualunque pulpito provengano - di mettere a rischio l’autodeterminazione delle donne, faticosamente conquistata: il nostro diritto a dire la prima e l’ultima parola sul nostro corpo e sulle nostre gravidanze.
Esigiamo perciò che i vostri programmi (per essere anche nostri) siano espliciti: se di una revisione ha bisogno la 194 è quella di eliminare l’obiezione di coscienza, che sempre più spesso impedisce nei fatti di esercitare il nostro diritto; va resa immediatamente disponibile in tutta Italia la pillola abortiva (RU 486), perché a un dramma non debba aggiungersi una ormai evitabile sofferenza; va reso semplice e veloce l’accesso alla pillola del giorno dopo, insieme a serie campagne di contraccezione fin dalle scuole medie; va introdotto l’insegnamento dell’educazione sessuale fin dalle elementari; vanno realizzati programmi culturali e sociali di sostegno alle donne immigrate, e rafforzate le norme e i servizi a tutela della maternità (nel quadro di una politica capace di sradicare la piaga della precarietà del lavoro).
Questi sono per noi valori non negoziabili, sui quali non siamo più disposte a compromessi.
Si può dire
ch’io sia nato
e poi cresciuto,
via via allevato
all’ombra del decoro
Disposto a ringraziare
del poco ma sicuro,
contento ma non
troppo, Propenso
eppure ostile
a ogni rivolta,
portato a coniugare
in assoluto
rifiuto e senso
del rispetto
Oh, il riflesso
amato,dall’orlo
già mai netto,
cola in eccesso..
la cima dell’abbaglio
sull’oggetto.
da "Camera Oscura", Garzanti, 1992
"I poeti superiori dicono quello che effettivamente sentono. I poeti medi quello che decidono di sentire. I poeti inferiori quello che ritengono si debba sentire."
Photo credit: Alessandra Soldati

Vellutavano al morbido nel caldo
madreperla opalina protettiva
la seta rifugiava d’ambre screziate,
attutiva il rumore del riposo
tonfo d cuore nel do-re di respiro.
Dentro, refrigerio la cascata
delle arterie, ritmo di bronchi
su e giù, va e vieni, apriva
una finestra al penetrale.
Scivolavano, gherigli di noce al sicuro,
tessendo luce evanescente
cellula a cellula, tegumento a filamento.
Annaspo della crescita, cheratina si molava
d’alabastro tempo a tempo
ronzio di vita, alveare acceso.
Dentro.

Racconto lungo o romanzo breve le 125 pagine di “Acqua Storta” scorrono veloci inserendosi a pieno titolo nel filone noir dell crudeltà pulp contemporanea. I tre giorni della passione finale di un amore omosessuale tra camorristi si dipanano sul fondale livido di una Napoli rievocata nei suoi topoi nobili e malfamati. Ma la vera protagonista della storia – sotterranea come la talpa spesso richiamata dall’autore – è l’acqua: nella scelta del soprannome del clan camorristico che dà il titolo al libro e negli inserti (dove si rivelano pienamente le ascendenze poetiche di Carrino) che scandiscono i capitoli della narrazione. E’ un’acqua sporca, un seguito di scogli abitati da zoccole – metaforiche e non -, una palude tossica, uno squarcio di mare che “non abita più qui” all’Ortese. La scrittura di Carrino aderisce profondamente al genere prescelto per secchezza, lessico, che mescola abilmente Dante e lingua napoletana, fulmineo accumulo anche sintattico di quadri carnali dove eros e thanatos, rivisitati alla Tarantino con colonna sonora neo-melodica, si intrecciano saldamente in una struttura da sceneggiatura filmica. Nell’insensato di sesso, violenza e droga, Giovanni, il protagonista – rampollo di un capoclan – scopre la realtà di una passione segreta e segregata che divampa riempiendolo d’amore, forse l’unico della sua vita, sino ad implodere. Ed è l‘amato Salvatore, il contabile della “famiglia”, ad essere l’anima semplice del romanzo, coinvolto in un vicolo cieco che neanche comprende. Sullo sfondo si allunga l’ombra del matriarcato mediterraneo: sarà Mariasole, la moglie del protagonista, la “laureata” commerciante, che pur amando Giovanni, a riaffermare – come spesso accade per le donne del Sud – la necessità del riallineamento, l’esigenza di un ordine e del rispetto delle regole, qualunque esse siano, fossero pure quelle paradossalmente illegali. L’indulgenza all’horror e al voyeurismo morboso segna forse un punto debole del testo, un cedimento a logiche di mercato e di genere, appunto, ma la capacità e il ritmo narrativo di Carrino ne fanno sin da questo esordio uno scrittore maturo e soprattutto un interprete attento del degrado umano e sociale cui assiste, dove anche i carnefici sono al fondo vittime.
Era come se l’irrimediabile si fosse compiuto:
L’orrore era al suo culmine
Insieme alla disperazione
E allo sconforto.
E ciò si estendeva
A tutta la vita futura della mia anima.
Dio allora si era reso introvabile.
C’era un punto nero
Dov’era confluita la mia sorte
Che restava lì
Inchiodata
Fin quando il tempo
Non sarà riassorbito dall’eternità.

Ora che il giglio più non segna i giorni
e l’ombra dello sguardo nella notte
è come quel portone chiuso alle spalle,
ora frantuma la linea del crinale
la montagna, la piazza vuota
il cielo d’oro e fiamma
* * *
C’erano state oscurità, implosioni,
bagliori di sé a sé,
tutto timore e sgomento, ecco, qui il dolore,
noi corremmo altrove.
* * *
Oltre il tuo sguardo vado né ti vedo
luce è la luce come la nova luna
alla fonda e nell’abbaglio effonde
ride ogni cosa, l’una con tutte
non io, non tu, né altre.

"Sono curioso delle altre culture. per questo ho viaggiato molto, ho letto molto, ho guardato molto. Ho anche fotografato molto: per sapere, per conoscere cosa c'è al di là del muro del mio giardino. Conoscere allarga, apre la tua visione. Oggi c'è paura verso le altre culture perchè diventano blocchi di pensiero, blocchi sociali che ti portano via spazio. Ma dipende. Le cose diventano pericolose quando queste architetture di pensiero diventano istituzioni, si organizzano per difendersi o prevalere. E' pericoloso, perchè allora c'è un capo che si organizza con altri capi. A me non piacciono i capi, i capi in assoluto sono molto pericolosi. però ho molto rispetto per i capi gentili, i capi pazienti, per i capi che hanno paura di essere capi."