
Qualsivoglia vita squagliando
fosse di gelsomino,l'aria ubriacata chiara,
di stecco secco e storto,memoria tra le bacche,
di cincia mattutina, cipria per piuma rossa,
di uno vecchio idropico, la corsa da ragazzo,
lascia una traccia
invisibile inghiottita
sino alla prossima rinascita
immersa nelle cellule
le stesse , vedi?, diverse.
"
Due principi contraddittori muovono il nostro spirito: il senso del pittoresco e il piacere del necessario. Vorrei scommettere cento contro uno che l’uomo che si limita a vegetare ossia il filisteo – dà la preferenza al pittoresco mentre il poeta si accontenta del necessario. Il poeta infatti ha bisogno di avere via libera nella vita esterna per poter giungere a quei miracoli che trae da se stesso; ha nella testa tutte le stelle del cielo, per goderne non ha bisogno che di una lampada che funzioni bene. Il fatto che esistano dei mezzi pubblici che lo conducono rapidamente e comodamente al suo tavolo di lavoro è per lui più importante che sapere che nel museo della sua città è appeso un autentico Correggio. Mentre per il filisteo il Correggio è indispensabile anche se non sa distinguerlo da una crosta."
da * I rapporti*
Europa cavalca un toro nero
I
Attento abitante del pianeta,
guardati! dalle parole dei grandi
frana di menzogne, lassù
balbettano, insegnano il vuoto.
La privata, unica, voce
metti in salvo: domani sottratta
ti sarà , come a molti, oramai,
e lamento risuona il giuoco dei bicchieri.
Lorenzo Pittaluga nasce nel 1967 a Cremeno di S. Olcese, nei dintorni di Genova. La prima plaquette in prosa, del 1987, ha come titolo un verso di Rimbaud, Arcobaleni tesi come redini. È del 1989 la prima plaquette poetica: Marginali annotazioni di un modesto ventriloquo di provincia. La rivista «Arca» pubblica nel 1994 le sue Poesie del primo giorno. Nel 1992 esce Arca di fiume. Nel ‘94, Le ore della sete per Campanotto editore. Durante l’ennesimo ricovero psichiatrico, pochi giorni dopo il Natale del 1995, si toglie la vita. Nel 1997 esce postumo, per le edizioni Graphos, L’indulgenza, a cura di Marco Ercolani ed Elio Grasso. Nel 1999 ancora Campanotto pubblica La buona lentezza, su iniziativa del Comune di S. Olcese, con due brevi saggi degli stessi curatori del libro precedente. Alcuni versi di Lorenzo appaiono in due libriccini Pulcinoelefante, a cura di Alberto Casiraghi. Altre poesie postume ullle riviste «Istmi», «Ciminiera»e «Pagine».

Il fuori oggi è come il dentro
torpido, persino le budella abbandonate,
dove la lancia aguzza, il falco pellegrino
e la pianura colma di turchese
dove – sul muro piatto e
lo schermo al quarzo,
dove dove
negli occhi di una cagna
sapiente che ti affianca
-compassione.
Continua a sparire e apparire un uomo innominabile.
E’come nel video. Non lo senti urlare.
Ha le mani nel mucchio del tenue che cola sulle
cosce, le sclere sgusciate.
Ma non lo devi rappresentare.
Non devi forzare nessuna parola.
Tutto è da contemplare.
Tutto è da fare.
Franco Fortini da "QUESTO MURO"
Nominativi fritti e mappamondi
e l’arca di Noè fra due colonne
cantavan tutti chirieleisonne
per l’influenza de’ taglier mal tondi.
La luna mi dicea “Ché non rispondi?”.
E io risposi “Io temo di Giansonne[1]
però ch’i’ odo che ‘l diaquilonne[2]
è buona cosa a fare i capei biondi”.
Per questo le testuggini e i tartufi
m’hanno posto l’assedio elle calcagne,
dicendo:”Noi vogliam che tu ti stufi”.
E questo sanno tutte le castagne:
pei caldi d’oggi son sì grassi i gufi
ch’ognun non vuol mostrar le sue magagne.
E vidi le lasagne
andare a Prato a vedere il Sudario,
e ciascuna portava l’inventario.
Il più celebre, probabilmente, dei sonetti del Burchiello, sin dagli inizi variamente interpretato. Ancor oggi c’è chi ne preserva il “senso del non-sense” e chi invece vi individua una finalità di aequivocatio oscena, basata appunto su un sistematico ricorso al “doppio senso”.
Khp 3: Dvattimsakara - Le 32 parti
[In questo corpo ci sono:]
capelli,
peli,
unghie,
denti,
pelle,
muscoli,
tendini,
ossa,
midollo spinale,
milza,
cuore,
fegato,
membrane,
reni,
polmoni,
grandi intestini,
piccoli intestini,
gola,
feci,
bile,
flemma,
linfa,
sangue,
sudore,
grasso,
ferite lacere,
olio,
saliva,
muco,
giunture
orina,
cervello.
(dal canone pali)
photo credit : Bianca Madeccia
“La lettura delle poesie de L’acqua e la pietra di Bianca Madeccia è come una serena e viva e non di meno assorta passeggiata in un giardino zen: nulla vi è per caso, eppure tutto appare naturale e voluto dalla natura, nulla vi è di eccessivo o non misurato, eppure vi si ode il frastuono vorticoso del vento, che si placa, e a tratti l’acque si fanno impetuose e tornano poi ad una calma lieve, l’anima trova ristoro e la mente s’arrovella nel tentativo di rispondere ai dubbi che l’affollano, durante la passeggiata. Così come nelle lingue antiche, in egizio, in sanscrito, in ebraico, in greco e latino, il segno della parola era un segno puro, in cui era contenuto il significato della parola stessa, ma anche il suo contrario, allo stesso modo la poesia di Bianca, nomen omen, è realmente una poesia in cui ogni parola ha la consistenza della pietra e l’intangibile forma dell’acqua, e al contempo come l’acqua gela in ghiaccio adamantino, così la pietra si sgretola fino alla dimensione sabbiosa e pulviscolare: “Padrone di tutto ciò che hai vinto / hai schiacciato e costretto l’acqua alla quiete. / La tua follia ora è visibile / tu, congelato nei tuoi passi”, e come un prigione michelangiolesco “Scalci, urli, ti disperi e poi ti arrendi, / impari l’immobilità e il pentimento” della pietra. I versi fluiscono con un antico andamento sapienzale, disvelando l’intrinseca natura oppositiva dell’essere, uno e sempre molteplice, e di tutto ciò che ne fa parte, l’antitesi emblematica della coesistenza persistente della stasi petrosa, che s’oppone all’inarrestabile flusso eracliteo: “Esci da te, guarda l’altra sponda, / la verità giungerà da lì, avrà / il volto innocente della gioventù / e la saggezza della maturità d’anni.”
Dalla prefazione di Angelo Favaro a “L’acqua e la pietra” di Bianca Madeccia,
Lietocolle, 2007
***
In punta di piedi mi muovo
zero
in un sacro deserto.
La luce qui è forte
e più grande e lunga l'ombra
Mi faccio sale
al tuo cospetto,
pagina bianca.
***
Senza fine né un inizio
costantemente scagliata in differenti direzioni
la punta della freccia mostra
che da un punto all'altro del mondo
ogni azione, direzione e possibilità
di ogni momento, di sempre,
è solo un'altra deviazione temporanea degli eventi.
* * *
Nessun legame con la polvere
vivere e tuttavia
non stringere legami
con la polvere del mondo.
Le corde che ti legano alla vita,
di che sostanza sono?
Vai dove vanno i tuoi passi.
Non hai paura di seguire i tuoi piedi,
vai dove va il vento.
E dove vai,
se non c’e’ vento?