Tintinnio la risata nella gola
affluente diffusa grande arteria
scorrevano le dita graffi
di gatti nati solo ieri
leccavano le labbra e i baffi
tagliati nel disegno,
che mostro cattivo, un lungo nascondino
senza fiato, il finto inseguimento
travestito da bacio fuori squadra
dispersa l’animella sotto
i fianchi dove assemblano dentro tubi ritorti
a imparare un alfabeto morsi
le parole che scheggiano scintille
mira la freccia che straborda
a poppa, prova la prua,
mira la polena, cerca cerca
ora cerchio espanso
il sangue ora divampa su al cervello
l’esplosione
mille i fuochi e la luce e la corsa
vibrante sono tempo
metronomo spaziale
dissolvenza integrale
puro urlo, la nascita di
un dio all’infinito
(c’era stato, si dice, un cacciatore
c’era,
lo mirò tornando lucida
stanchezza, lo mirò, caduto
nel crepaccio)
Recitativo cantabile – come recita appunto la prefazione di Carrino – od opera buffa, “Diri diri danna” di Rita Bonomo è un oceano di suoni. E' la voce ad essere protagonista di questa pantomima circense, la voce che si traveste smagliante d'ogni parola, persino nella dolente ricerca sottesa. Ed è una voce corporea: laringi, gole, corde vocali e nasi, tutto l'apparato fono-respiratorio si rincorre nel girotondo di Didi diri danna che testimonia l’amata tradizione teatrale e performativa da cui proviene l’autrice. I personaggi - anche il desiderato/odiato padre - sono maschere nel senso classico del termine: pre-testi per ricostruire memoria e consapevolezza, per rintracciare un sé nel labirinto lussureggiante di caos che è la vita e, si sospetta, perfino la morte.
In questa ottica la partitura - anche quando mima le funzioni religiose o i giochi dei bambini, come nella scelta della filastrocca che intitola il testo - non ha tanta importanza. Chi scrive - la pupara e la cantantessa – nel confessarsi è già assolta, conservando la certezza di essere, come ogni infante, una "polimorfa perversa". Trapelano infatti palesi tracce freudiane nel puzzle di rapporti paterni ma soprattutto, e per fortuna, l’ ironia e la passione dissacrante dell’autrice.
L'impianto teatrale, tra quadri e gag dei "maestri" (c'è sempre qualcuno che vorrebbe dirigere questa enfant terrible), accentua il parossismo di un vuoto dolente che si conosce talmente bene da trasfigurare in piena vitalità. Circo sgangherato, voluta parodia del cialtronesco, quello che ammalia di questo libro è comunque il s u o n o: pieno, ricco, colorato. Un gorgo e un fuoco d'artificio di parole, amatissime dalla Bonomo che le usa, da giocoliera abilissima, con profondo rispetto. E se la sequenza di scene corre il rischio dell’ affollamento, del voler dire troppo e a troppi livelli, se l’assemblaggio di figurine e litanie a volte frastorna, è perché il canovaccio è quello, antichissimo e nobile , del teatro dell’arte innestato sul dramma. Teatro di suono, poesia di teatro, oralità e clownerie, Rita Bonomo fa propria e “declama” la phonè, il dirsi/darsi ai lettori.
***
E come Cerbero ho tre teste soltanto
la prima nera nera e naso gobbo
gli occhi scuri e grevi fanno l’appello
delle iniquità annotate e
accartocciate dentro la manica del cappotto
…………………………….
La seconda è bionda, di razza ariana
una cascata di riccioli d’oro,
gli occhi color del lago quando è pioggia
Un abigeato di ridolini scoperchianti
la mia gola che gorgoglia schiuma autoctona
-compiacendosi del suono –
……………………………..
La terza è mora, è stato un incidente
all’alveare, uno shock anafilattico
ha alterato i geni del chiaro e del bilico
E’ un casca-rotola continuo:
fagocita della polvere le sfumature
più bianche sputando le altre,
poi si rialza, controlla dell’incarnato lo sdrucito
e ricomincia a correre
da "dìri dìri dànna- Litania Stolta del diritto e rovescio" (liberodiscrivere- 2006)
E’ giorno, appese le stelle lucida
luce a dicembre, raccorcia le ombre
rassetta il respiro, c’è voglia di fuoco
più tardi smorzerà il gelo. Nel ghiaccio
la traccia socchiude le labbra ridendo
la gioia, velluto alle braccia, la paglia
per terra, un dio e qualche volto
ha avuto di meglio
la luna e i cammelli, il cielo si sfrangia
nel miele di sole profuma la sabbia,
appena arrivato l’inverno è passato.


Ordunque, ordendo
lasso lo squarcio nell’intestino
molle col baratro di pene
le unghie rosso fuoco
a scorticare
un io di plastica, residuo
la bambola sgonfiata ,
ordendo dunque
sangue e placenta
nel gorgo di misterico fasullo,
ordunque nell’ordito
saldo risale rimasticato bolo
un cinguettio
da gazze quando non il belato
del gregge, poverelle.
Da Raimon Panikkar
“Lo spirito della parola”,
(Bollati Boringhieri, 2007)
Tra l’Essere e la Parola la relazione è costitutiva. Essere e Parola non sono due; non si possono separare. Non sono nemmeno uno; non si possono confondere. La relazione è advaita (aduale); è trinitaria , L’Essere parla e la Parola non gli è inferiore.
Ogni parola è un mistero in quanto dice un universo. La parola rosa, per esempio, risveglia, dice rivela non solo tutto ciò che è “in sé” (che è già un’astrazione) ma tutto ciò che realmente è “in tutto”, perché è in relazione costitutiva con tutto l’universo: la terra, il lavoro, la caducità,la bellezza, la vita, la morte, l’unicità, il sole, la pioggia, i pianeti, gli spazi del firmamento , la forma..
La parola rosa dice ben più che “la rosa” sono io che la pronuncio e quindi include anche me, sono io che dico rosa e non rhodon (greco) o japa (sanscrito), sono io che mi trovo coinvolto in tutto un universo linguistico e culturale che mi suggerisce tutto un universo (centrato sulla rosa).E, ancora, sono io che la dico ma non a me solo bensì a un tu, a un noi; e la parola stessa ci connette con noi tutti per i quali la parola riveste un significato, o meglio libera una quantità di sensi: colori, odori, significati, concetti, metafore, sentimenti, connotazioni…
A rigore, la parola rosa non è un semplice sostantivo; è un sostantivo carico di aggettivi (di rosa); ma è anche un verbo, un’azione. La parola rosa “roseggia” per così dire: passa dalla rosa a me, a noi, e da noi alla rosa; ha luogo tutta un’azione transitiva e intransitiva tra la rosa e tutto ciò che la rosa “roseggia”: la immaginiamo, la odoriamo, la recidiamo,l’offriamo, le parliamo, ci parla, ci affascina,ci attrae (o respinge), ci ricorda, ci emoziona (fino a giungere a infastidirci con sentimentalismi deplorevoli).La parola rosa non è mai sola. Persino il più puro nominalismo deve aggiungere un tenemus al “nome della rosa”: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (della rosa di prima resta il nome; abbiamo i nomi nudi). Ricorrere ai poeti non è licenza “poetica” ma stretto rigore linguistico:
E io mi son detto: costruirò la rosa
del pensiero con i petali
di fragranza suggerita; non bramare
il fiore – non siamo nel giardino – cammina
quietamente per il viale ombroso,
a volte folgorante, delle parole.
(J.Vinyoli, El callat)
Agli estimatori delle Pizie segnalo che su "oboesommerso" Rita Bonomo presta la sua voce alle Pizie
Ringrazio Red per aver dato ospitalità "A Delfi" e Rita per la sua voce appassionata , Viola
Sulla via, porpora e marmi, malachite
il bronzo, ad abbagliarli.
Salgono, cauti chiedono consigli
patteggiando notizie,ori, potere
nei bisbigli del tempio.
Salgono, gonfi di dubbi e di progetti
tutti.
Non li ascolto, scendo
verme nel ventre di terra, freccia
di vento sollevo alle montagne.
Guardo, fuori di pelle
fuori dal corpo del giorno
fibra di tendini, calcina di pensieri
l’energia
guarire all’eguaglianza il caos e il cosmo,
ghiaccio di fiamma.
Al ritorno accecati si accontentano,
schegge sillabe l’indicibile.

photo credit:: Henry Cartier - Bresson
Sarebbe simpatico diventar così..chissà
Per il momento segnalo che su “LIberinversi” Massimo Orgiazzi ha cortesemente postato alcuni miei testi e di questo molto lo ringrazio. Buona (eventuale) lettura...