
Creando
comprese il bene e il male
lo prese
insieme magma e creta
toccandolo
velluto luce oscuro
un punto
espanso in corsa lenta
scansione
nel rollio respiro il mondo
insieme
scivolò goccia nell’onda
sfiorando
calcari e madreperla, ossa fenicie
nel nulla
rideva il senso pieno
il trillo
aperta l’aria all'alba.
Vendeva specchietti, lucciole e perline
(ma li vendeva lieve)
Lustrava reboanti panzane da lattante
(il desiderio onirico che vero fosse il magnifico)
Ruffiano, aduso a darlo via il sedere
(semplicemente quello era il suo mestiere)
Pensava di essere furbo
(come qualunque giocatore al gioco)
Grugno di similporco, neanche porco vero
(umano il tentativo di travestire il trivio)
Copiava diligente frasi e battute altrui
(mai avuto pretese di essere intelligente)
Cavava il suo buon senso dal noto
manuale del perfetto banale
(la cifra del felice)
Non mi ha mai amato
(l’unica, concreta, flagranza di reato).
da "Versi senesi", 2003, inedito

Spinoza ci rivela una cosa molto semplice: la tristezza non rende mai intelligente. "Essere tristi" significa "essere fottuti". Per questo i potenti hanno bisogno della tristezza degli assoggettati. Cultura e intelligenza non hanno mai tratto giovamento dall'angoscia. Finché avrete affetti tristi, state subendo l'azione di corpi o anime che non convengono con voi. Mai la tristezza procurerà nozioni comuni: ossia l'idea di qualcosa che accomuna due corpi o due anime. Sono parole piene di saggezza, quelle di Spinoza. La morte è la cosa più immonda. Spinoza si oppone alla tradizione che identifica la filosofia con la meditazione sulla morte. La morte è sempre un pessimo incontro. La sua opinione al contrario è che la filosofia è meditazione sulla vita.
Gilles Deleuze da "Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza" ombre corte, 2007
sottili le caviglie di gazzella e i ricci
scompigliati di castagna lungo le spalle
sino ai molli fianchi, l’amava per come era
appassionata a bambini, città, foglie e
cavalli, per la voce roca e piana intensa
con cui addolciva l’eco della sorte.
Amava, il giovane novizio, lei
che tradiva persino il nume biondo.


San Rafael del Norte-Nicaragua: il capo della polizia in pausa caffè
photo credit: Orfeo Soldati
Ancora morbida
la fontanella al cranio,
bolla di aria il seno della mamma
sboccio di vita – corpi cianidrici
ammassati – soffio di mani livide
e piedini
schiantata un solo colpo di stivale
come in un prato primula
o campanula
come nel mondo schiantano
invisibili per fame, sete, botte
deflorate
le bocche di leone, violacciocche
tutte le bimbe che non sappiamo amare,
figlie scomparse, bambole di stracci.

In bronzo, una delle quattro teste di regina madre tuttora conservate, risalente al XVI secolo, tra i vertici dell'arte africana nel regno del Benin
“Si legge quello che piace leggere ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere bensì quello che si è capaci di scrivere…
…Mi sono trastullato con un’idea, l’idea per cui, sebbene la vita di un uomo sia composta da migliaia di momenti e di giorni, tutti quei momenti e quei giorni si possono ridurre a uno solo:il momento in cui un uomo sa chi è, quando si guarda nello specchio…
…Naturalmente l’importante è quello che sta dietro la poesia. Io ho cominciato tentando – come fanno tutti i giovani –di nascondermi….
…Che cosa significa per me essere uno scrittore? Semplicemente essere fedele alla mia immaginazione. Quando scrivo qualcosa ci penso non in termini di fedeltà ai fatti (il fatto è solo una rete di circostanze e di casualità) ma in termini di fedeltà a qualcosa di più profondo. Quando scrivo un racconto lo faccio perché in qualche modo ci credo, non come chi crede semplicemente nella storia, ma come chi crede in un sogno o in un’idea…
..Pur immaginando di essere piuttosto astorico, visto che i significati e le connotazioni delle parole cambiano, penso ci siano versi – come questo di Virgilio (“Ibant oscuri sola sub nocte per umbram- Andavano oscuri nell’ombra della notte solitaria")……- dove in qualche modo si è oltre il tempo. Penso ci sia un’eternità nella bellezza…
..Quando scrivo, cerco di essere leale col sogno, non con le circostanze..
..Se dovessi dare un consiglio agli scrittori (e non credo ne abbiano bisogno perché ognuno deve scoprire le cose da sé) direi semplicemente questo: che lavorino il meno possibile alle loro opere. Non credo che cincischiare serva a qualcosa. Viene il momento in cui si scopre quello che si può fare, in cui si trova la propria voce naturale, il proprio ritmo…
..Quando scrivo non penso al lettore (perchè il lettore è un personaggio immaginario) e neppure a me stesso (forse io stesso sono un personaggio immaginario) ma penso a quello che cerco di comunicare e faccio del mio meglio per non rovinarlo.Quando ero giovane credevo nell'espressione..Volevo esprimere tutto..Adesso sono arrivato alla conclusione (che può sembrare triste) che non credo più nell'espressione: credo solo nell'allusione. In fin dei conti, cosa sono le parole? Sono simboli per certi ricordi condivisi. Se uso una parola, voi dovreste avere una certa esperienza della cosa cui quella parola corrisponde.Altrimenti non vi dice nulla Penso che si possa solo alludere, che si possa solo far sì che il lettore immagini....
..Tento semplicemente di comunicare qual è il sogno e se è un sogno offuscato non provo ad abbellirlo, e neppure a capirlo..
..Penso che si dovrebbe credere nelle cose anche se poi deludono."
Jorge Luis Borges, “L’invenzione della poesia-Le lezioni americane”, Mondadori, 2001
Le stimmate nel nome
tre volte peccatore
senza innocenza colpa dentro il cuore
la morte del fratello,
lengua d’arcadia e monti e venti
e corpi imberbi 
ed era torbido sangue pulsione
bambinelli,
era sangue e dolore, addolorata madre,
e rime, riasseverate antiche
a propiziare un io spaurito con
le polemiche da retore roventi
-oh, il rivoltoso barocco manierista
d’accatto alle baracche-
l’eden e l’inferno dei poveri sgomenti
fra le poltrone da cinema velluto
in quelle notti, febbrili notti romane,
notti di occhi innocenti da violare.
Morte era morte è morte
spina nel cuore,
sbocco di sangue a una costrutta icona
già combusta, ora e allora.
Sull’arenile la rosa,
quella aulente,
troppo vicina al sale
non fosse l’onda pietas, pace pura.

Dipende dalla domanda, parrebbe ovvio
il responso, il più complicato è difatti
capire che diamine vogliano.
Eppure l’abbiamo anche scritto
“conosci te stesso” e "nulla di troppo”,
ma insistono privi di logica
a chiederla in metrica a un dio
o meglio, per essere esatti,
a un corpo, evidente, di donna
che ad ogni dilemma dal fondo perenne
riappare illusoria la stessa speranza,
che tutto risolva una ninna nanna.
da "Notizie dalla Pizia", e-book, "Vico Acitillo, 124", 2005