
Non le tracce di rughe, il chilo in più, i primi fili grigi. No, la vecchiaia è diventare coglione e lasciare l’auto con i fari accesi nel parcheggio dell’aeroporto. Merda, un periodo di merda, l’una di notte e restare a piedi. Ovviamente i taxi sono a un chilometro di distanza. Respira, gli occhi che strizzano, due schegge cobalto
Dà l’indirizzo e il percorso, per non farsi fregare. Ecco, anche acido ora, pensa, proprio come un vecchio. Tra poco compirà quarantadue anni. E sono ventiquattro ore che non dorme. Le tempie sbattono, ci vorrebbe una striscia. No, meglio lasciar perdere, tra due giorni c’è la presentazione del progetto e se non controlla tutto, di persona, specie i dettagli, tutto va a puttane. E deve chiamare l’elettrauto, per la macchina.
Intorno deserto e nero pece. Una città di merda, per topi e stronzi. Dentro, musica lounge. Per fortuna il taxista sta zitto. Non ci sono alternative, o t’inondano di chiacchiere o sono tombe. Meglio le tombe. E poi si va veloci, almeno. Veloce come è andato Carl. “Vado in Australia. Mi hanno chiamato e non ci sono mai stato”. Neanche lui: la barriera e il deserto, l’opera di Sidney e tutti biondi e abbronzati. Un bel viaggio, s’era quasi elettrizzato. “Penso ci starò un paio di anni”.
E’ un viaggio turbinoso e picaresco quello che ci offre “Rumeni” di Anna Lamberti -Bocconi (Stampa Alternativa, 2009) ; un reportage di ladruncoli e becchini, baristi e cameriere che, in una Milano sghemba e amatissima, rispecchiano le ragioni e le passioni dell’io narrante, vero protagonista del romanzo. Se infatti formalmente la struttura ad episodi del libro rinvia alla categoria dei racconti, la voce autoriale, continua e pulsante, delinea un pellegrinaggio laico nel cuore di una realtà *altra* ricchissima e complessa che lungo il tragitto irrompe e modifica l’occhio del reporter.
Fuori di ogni schematismo – come giustamente sottolinea il risvolto di copertina – l’approccio al mondo dei migranti avviene in presa diretta, col solo ricorso a topoi letterari (la mendicante, il mangiatore di fuoco, il “branco” di ragazzi), usati peraltro come grimaldello per scardinare pre-concetti sia razzisti sia buonisti.

L'ora terza
Vi debbo l’ora terza
Dopo la prima di fede e di credo
E la seconda sacrata ai tradimenti
L’ora terza cresce conoscenza
Con voi giovani e resistenti
Ancora posso dire e così sia
Ohi vita ohi vita ohi vitavitavitavita mia

Faccio il caposala, in disarmo. Dopo il secondo by - pass sono andato dal direttore sanitario. Lo conosco da quando era un neo laureato, trentacinque anni, e so com’è diventato direttore. Perciò non ha potuto dirmi di no, anche se per mesi lui e il primario a stento mi hanno salutato. Le hanno provato tutte: il reparto d’avanguardia, l’esperienza e la professionalità, il prestigio e il potere ma occorre, prima cosa, andar d’accordo con se stessi. Trentacinque anni di ematologia infantile e due by - pass sono troppi. Ora ho un padiglione tranquillo, un day hospital. Tre infermieri, neanche un turno di notte. Le persone ruotano velocemente e non hai alcun familiare da avvertire. Nessuno che ti muore ogni giorno. Vado a teatro, curo le piante in terrazza, vinco alle mostre botaniche. La domenica in bici con gli amici. Le donne non sono un problema. C’è sempre una tra le vecchie fiamme che ti sorride e viene qualche sera. La mia ex moglie si è risposata da un pezzo, ha fatto bene. Non avevo orari, né figli. Non ne ho voluti, ne avevo tanti in reparto. Da calmare, far ridere, sgridare. Arrivare alla fine, dolcemente. Ero uno specialista nel proteggere. Tenere tutto in pugno, far compagnia alla morte. Da quando era andata via, urlando, mia sorella, a dodici anni. Leucemia fulminante. Come se fosse colpa mia restare vivo. Così ho pagato un giorno dietro l’altro. Qualcuno s’è salvato e passa a trovarmi. Tutto passa, i bambini, mia sorella, le talee, le sacche di plasma e le flebo antiblastiche. Un lento o folgorante consumo. Tra due anni, se il cuore non s’impenna, vado in pensione e metto su una serra. Quando mi chiedono cosa faccio rispondo sempre il giardiniere.


G. B. (spuntando da un angolo di Villa Pamphili): Che è tutta sta caciara?
A. S.: Sst stanno montando la tenda
G. B.: La tenda?
A.S.: La tenda di Gheddafi, è in visita a Roma e mette giù la tenda
G. B. Te credo, viene a giugno a Roma e pretende pure di trovare un posto in albergo? Ma non lo sa che doveva prenotare minimo due mesi prima?
A. S: Abbassa la voce
G. B.: ma poi chi è questo Gheddafi, ma non è un dittatore?
A. S.: Macchè dittatore, è il presidente della Libia

Si chiama ruota solare e da wikipedia si può leggere:
Gli adepti dell’associazione erano chiamati Die Herren vom Schwarzen Stein (DHvSS). Proprio costoro daranno l’input a far sorgere l’ordine occulto all’interno delle SS: lo Schwarze Sonne. Si ritiene che questo simbolo ricoprisse una funzione esoterica o occulta, inquadrato nell’apparato del Misticismo nazista.
Il disegno ha visibili paralleli con il periodo di espansione degli Alemanni, è possibile considerarla come una variante della svastica derivata dalla fibula romana. (Wikipedia)
Infatti se si osserva bene il disegno si vede subito che è formato da tre svastiche ruotate e incrociate:

Ma rimanete seduti perché il bello deve ancora venire, e si tratta del look di queste “simpaticissime” ronde. Ecco alcune foto prese dal loro sito:
http://guardianazionaleitaliana.org/default.html

Vi ricordano per caso qualcosa? A me, quando ho visto queste foto per la prima volta, è corso un brivido gelido lungo tutta la spina dorsale.
Tacciono i boschi e i fiumi
e ‘l mar senza onda giace,
nelle spelonche i venti han tregua e pace
e ne la notte bruna
alto silenzio fa la bianca luna;
e noi tegnamo ascose
le dolcezze amorose.
Amor non parli o spiri,
sien muti i baci e muti i miei sospiri.